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L’editoria di ricerca in Italia è condannata a dipendere dai finanziamenti istituzionali? Intervista a Zandonai e Voland, le uniche due editrici italiane che riceveranno i fondi del Culture Programme (II parte)

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Pubblichiamo questa mattina la seconda parte dell’intervista agli editori Zandonai e Voland, dopo che nella prima parte, ieri, abbiamo dato notizia dell’ammissione delle due case editrici, le uniche in Italia, ai finanziamenti previsti dal Culture Programme dell’Unione Europea e intervistato Matteo Zadra di Zandonai sul progetto che grazie a questi finanziamenti, l’editrice porterà avanti per il 2013.

Nel caso delle edizioni romane Voland i progetti finanziati riguardano, anche in questo caso, “un’editoria di ricerca” termine usato da entrambi gli editori per definire il proprio lavoro, ma più variegata da un punto di vista geografico e linguistico: si va infatti dall’opera del danese Erling Jepsen, al portoghese di Dulce Maria Cardoso e di Dennis McShade, autore “inviso al regime salazariano che negli anni ’70 ha scelto per questo di scrivere sotto pseudonimo anglofono” (il suo vero nome è Dinis Machado) come ci spiega l’editrice Daniela Di Sora, fino al tedesco di Brigitte Reimann e al bulgaro di Georgi Gospodinov. “Sono tutti autori dei quali abbiamo già pubblicato opere in passato, con l’eccezione del danese Jepsen che debutta nel nostro catalogo”, spiega Di Sora. “E sono autori le cui vendite sono insufficienti ad autofinanziare le spese di produzione; per questo, per continuare a pubblicarli, in questi casi ci rivolgiamo ai finanziamenti dell’Unione Europea. Il provincialismo italiano è infatti piuttosto difficile da scalfire, sul piano letterario come su tanti altri”, continua l’editore, “dunque è sufficiente che un libro non provenga dagli Stati Uniti, paese del quale grazie a cinema e TV sappiamo tantissimo anche senza averci mai messo piede, per abbassare vertiginosamente la soglia dell’interesse. Ma se dovessimo pubblicare libri solo in base alla vendibilità, snatureremmo la radice stessa della nostra professione”.

Nel caso di Voland l’interesse per alcuni autori e opere è fra l’altro direttamente legato, spiega l’editore, a “un rapporto molto stretto di consulenza e di scambio intellettuale con i nostri traduttori, che per noi sono i primi portatori di cultura all’interno della casa editrice, prima ancora che fra il pubblico. Gli autori i cui libri sono stati approvati dal Culture Programme e vedranno la luce nel 2013 per Voland sono anch’essi, in molti casi, fortemente voluti dai traduttori: “Daniele Petruccioli è stato ed è il più appassionato lettore della straordinaria scrittrice portoghese Dulce Maria Cardoso (nella foto)”, o Bruno Berni “che è un caro amico, oltre che uno dei migliori traduttori italiani dal danese e dal tedesco, è stato lui a promuovere Jepsen presso Voland, il primo autore danese che pubblichiamo e speriamo che non sia l’ultimo”; o proseguendo, “è stata fondamentale la spinta di Guia Boni per convincerci a pubblicare Dennis McShade“, o su un altro piano, “la traduzione dal bulgaro, una delle mie lingue di specializzazione, della nuova opera di Georgi Gospodinov Fisica della melancolia, un’altra delle traduzioni finanziate da Voland grazie al Culture Programme, “si avvarrà della raffinata mano di Giuseppe Dell’Agata, il mio primo maestro, insegnante di filologia slava e normalista a Pisa. Io in questo caso, terrò per me il piacere della revisione”. Gospodinov è un altro di quei casi, per esempio, prosegue Di Sora, “di autori celeberrimi in patria, dove a neanche 45 anni già rappresenta una voce autorevole della letteratura, e ignoti o quasi in Italia, anche se già da tempo stiamo provando a farlo conoscere. Lo stesso avviene per Brigitte Reimann, che pubblicheremo nel 2013 sempre grazie al Culture Programme, ma della quale abbiamo già curato in passato un vero e proprio capolavoro, Franziska Linkerhand tradotto da Antonella Cerminara, che avrà venduto sì e no 800 copie in tutto. Un mistero: la Reimann è stata grande amica e interlocutrice di Christa Wolf, ma nel nostro paese non gode di un ventesimo della fama di quest’ultima.”

Se l’editoria “di ricerca”, dunque, è condannata a non vendere in questo paese – chiediamo ai due editori –  sarà per sempre necessario, per darla a conoscere, dipendere dai finanziamenti alla cultura di istituzioni politiche o culturali, peraltro estere? Continuare a tradurre e pubblicare opere sofisticate e certamente interessanti per la loro funzione di ponte e conoscenza fra culture, basandosi sui fondi di una o più istituzione culturali invece che sulle vendite che possono generare nuovi investimenti, non rischia di creare una sorta di dipendenza economica da tali istituzioni, pericolosa perché soggetta comunque sempre a possibili brusche interruzioni del tutto avulse dalla volontà dell’editore? “Ciò che a editori come noi interessa è far conoscere questi autori e le loro storie, e per questo ci aiutiamo, e li aiutiamo, anche ricorrendo ai finanziamenti culturali, certo soffrendo per le scarse vendite perché ci appaiono a volte ingiuste, ma nel caso di Voland non si può comunque parlare di dipendenza dai finanziamenti, giacché il nostro è un catalogo molto assortito all’interno del quale abbiamo anche goduto di casi eccezionali, ad esempio aver scoperto e portato in Italia  un’autrice best-seller quale Amélie Nothomb, e che lei stessa abbia scelto di continuare ad essere della nostra scuderia, nonostante il grande successo.”

Secondo Zadra di Zandonai, d’altro canto, “la possibilità, per quanto remota, che questi finanziamenti possano terminare esiste senz’altro, dunque una sorta di dipendenza viene a crearsi”, nonostante anche da questo punto di vista cerchiamo di rivolgerci a più di una istituzione, nel nostro caso ad esempio collaboriamo con il Goethe Institute, o con vari ministeri della Cultura di paesi esteri che hanno interesse a far conoscere i propri autori anche in Italia. “Potremmo certo anche chiamarlo, con un termine forte, ‘doping istituzionale’, ma per quanto ci riguarda preferiamo ritenerla una delle tante sfaccettature del rischio d’impresa. In ogni caso”, precisa Zadra, “il sostegno che alcune pubblicazioni ricevono a livello istituzionale è sempre strettamente legato ai singoli progetti, quindi non si tratta mai di finanziamenti tali da alterare la struttura produttiva di una piccola casa editrice ma al massimo di facilitare una decisione impegnativa come la traduzione di opere ampie e complesse, rendendola meno onerosa. Lo stesso vale per tutti i tipi di contributi alle traduzioni siano essi di Istituti o di progetti dei ministeri della cultura dei paesi esteri. Anche perché, se in certi casi può esistere un ritorno economico, questo è dato unicamente dall’eventuale riscontro positivo tra i lettori. Aziende come la nostra assolvono, tuttavia, a funzioni non esclusivamente economiche ma anche di tipo profondamente culturale, e le nostre scelte sono dettate appunto dalla ricerca che conduciamo su questo terreno, non dagli indici economici in quanto tali: se così fosse, non saremmo più noi.”

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