SIC (Scrittura Industriale Collettiva): “un metodo per creare il Grande Romanzo e farla finita con il grande Scrittore”

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Il prossimo aprile uscirà il romanzo collettivo “In territorio nemico“, il primo scritto da 115 persone attraverso il Metodo SIC (Scrittura Industriale Collettiva). Bibliocartina ha intervistato i fondatori di SIC Gregorio Magini e Vanni Santoni per farsi raccontare la loro idea di ‘scrittura collettiva’, in che cosa consiste il metodo che hanno fondato, e quali sono le loro ambizioni.

Domanda: Cominciamo dall’inizio: che cosa significa precisamente “scrittura collettiva”, perché ne siete fautori e sostenitori e perché l’avete affiancata con l’aggettivo “industriale”?

Risposta: Oggi tutto ciò che concerne la cosiddetta “produzione di contenuto”, va nella direzione della condivisione e della produzione collettiva. La nostra sensazione era dunque che anche la letteratura dovesse provarci. Il metodo SIC nasce dalla volontà di superare la scrittura collettiva “a staffetta” – quella, per intenderci, dove ognuno scrive un pezzetto e poi “passa la mano” – e dare vita invece un metodo di scrittura effettivamente collettivo, che permettesse la produzione di opere coerenti e la partecipazione di tutti gli scrittori a tutte le parti delle stesse.
L’inserimento del termine “Industriale” nel nome era innanzitutto una provocazione verso gli oppositori “a priori” della scrittura collettiva, in particolare coloro che, rifiutandosi di vedere in essa la possibilità di un’arte diversa dalla scrittura individuale, contestavano una sua presunta “spersonalizzazione” del gesto artistico, ma in realtà la parola che rimanda anche all’effettiva divisione del lavoro prevista dal metodo SIC.

D: Quali differenze tracciate rispetto alle pratiche di scrittura collettiva dei secoli e millenni scorsi? Quali, se ce ne sono, considerate i vostri punti di riferimento in merito alla scrittura collettiva tra i grandi progetti del passato?

R: Senza entrare nella più grande, e diversa, questione delle opere collettive classiche e medievali, quando abbiamo cominciato a lavorare intorno a quest’idea abbiamo analizzato tutte le più rilevanti esperienze precedenti: il cadavre exquis dei surrealisti, il libro Lo Zar non è morto dei futuristi, la Scuola di Barbiana di Don Milani, fino alle esperienze contemporanee di Wu Ming e Kai Zen, che intervistammo, e all’esperimento A million penguins della Penguin. Tuttavia i veri ascendenti metodologici della SIC sono le narrazioni collettive dei giochi di ruolo e la programmazione a sorgente aperta tipica del software libero.

D: Come è nato il progetto SIC e su che cosa si basa, in poche parole, il vostro Metodo? Ci sono progetti simili al momento, o affini al vostro in qualche misura?

R: Se da un lato non esistono progetti di scrittura affini a quello SIC da un punto di vista metodologico, dall’altro ci sentiamo vicini, anzi affratellati, a tutti coloro che praticano la scrittura collettiva.
I principi chiave del metodo SIC sono la divisione del lavoro, su cui spicca la distinzione tra chi crea i materiali testuali – gli Scrittori – e chi coordina e compone, ma non è autorizzato a scrivere una sola parola – i Compositori) e la scomposizione della narrazione nei suoi elementi costitutivi, tramite schede (personaggio, luogo, situazione, etc.) che solo successivamente vengono ricomposte. Ogni scheda viene infatti compilata individualmente da tre o più Scrittori; il Compositore ritira le schede individuali e le compone, dopo di che rimanda la scheda definitiva agli Scrittori, che la leggono e la fanno propria. Prima si realizzano le schede degli elementi strutturali, come ambientazione e personaggi, e successivamente si passa alle schede della stesura vera e propria.
Il processo di composizione è la principale innovazione del metodo SIC: consiste nel prendere le parti migliori e più coerenti di ogni scheda individuale e di comporle, appunto, tutte insieme, in modo da ottenere una scheda cosiddetta “definitiva” di qualità superiore alle singole individuali. Naturalmente c’è molto altro, dunque invitiamo chi volesse approfondire il metodo a consultare il manuale a questo indirizzo: http://www.scritturacollettiva.org/documentazione/manuale-di-scrittura-industriale-collettiva

D: Che esito hanno avuto le opere che avete finora pubblicato, in termini di critica e di successo presso il pubblico?

R: Anche se abbiamo avuto migliaia di visite e download, con molti buoni riscontri, sia online che laddove un racconto SIC è uscito su carta (Il sopralluogo sull’antologia Clandestina, Bagatelle sulla rivista Prospektiva), nessuna opera SIC, a parte In territorio nemico, nasce per cercare riscontro presso il pubblico. Ci spieghiamo: tutti i racconti SIC sono stati scritti per rodare il metodo su questo o quell’aspetto. Il primo, Il Principe, è servito a testare gli strumenti base – schede personaggio, schede luogo e schede stesura –; col secondo, Un viaggio d’affari, oltre che approfondire detti strumenti, abbiamo testato il metodo sui contenuti simbolici; col terzo, Alba di piombo, abbiamo lavorato su una storia lunga e con un gran numero di personaggi e luoghi; col quarto, Notturni per ipermercato, abbiamo testato il metodo senza il lavoro dei suoi fondatori – anche la direzione artistica era affidata a uno scrittore SIC reclutato attraverso il sito. Infine, Il sopralluogo voleva esplorare la possibilità di monologhi SIC, mentre Bagatelle spingeva il metodo SIC verso la produzione collettiva (e per di più randomizzata) anche del soggetto di partenza.
Gli esiti possono essere giudicati direttamente dai lettori dato che tutti i racconti sono reperibili e leggibili sul nostro sito.

D: La vostra ultima opera, In territorio nemico, rappresenta un salto di qualità delle vostre ambizioni e della messa all’opera del vostro metodo. Quando uscirà, con quale casa editrice e qual è stato l’itinerario che porterà alla sua pubblicazione, in breve?

R: In territorio nemico è un romanzo storico ambientato nell’Italia occupata dai tedeschi; uscirà il 25 aprile per minimum fax e, sì, costituisce il culmine del lavoro di questi anni, dato che l’obiettivo ultimo del progetto, fin dalla prima dichiarazione d’intenti scritta nel 2007, era quello di scrivere un romanzo a moltissime mani “che fosse innanzi tutto un buon romanzo”. Inizialmente le mani avrebbero dovuto essere 100 (50 autori), poi, grazie alla visibilità ottenuta dal progetto sulla stampa nazionale, siamo riusciti a raggiungere i centoquindici scrittori e, dunque, le famose 230 mani, cosa che ne fa anche il libro con più autori al mondo. 
I lavori sono cominciati nel febbraio 2009 (la scrittura è iniziata ufficialmente il 25 aprile 2009) e si sono conclusi nel luglio 2012.
I partecipanti al progetto sono 115, il che ci permette di affermare con discreta certezza che In territorio nemico è il romanzo col maggior numero di autori mai pubblicato. Per ruoli, si dividono così: 2 direttori di produzione e compositori, 8 compositori, 71 scrittori, 26 revisori, 14 traduttori (per i dialoghi in dialetto), 42 “aneddotisti” (cioè partecipanti che hanno inviato aneddoti per la costruzione del soggetto). La somma non è 115 perché molti hanno avuto più ruoli. Non hanno certo lavorato tutti a tempo pieno, perché i lavori sono stati dilazionati al ritmo di un calendario in cui ognuno poteva scegliere piuttosto liberamente la quantità e l’intensità del lavoro che intendeva svolgere, ma siccome sono state prodotte quasi mille schede individuali (i “mattoncini” di un’opera SIC), possiamo affermare non c’è stato giorno, negli anni di lavorazione, in cui qualcuno, da qualche parte, non abbia messo mano a In territorio nemico.

Gregorio Magini e Vanni Santoni di SIC

D: Quali aspetti salienti e più significativi potete raccontarci riguardo la fase di lavorazione dell’opera?

R: A livello tecnico, sono stati necessari alcuni accorgimenti: i cinque racconti scritti fino a quel momento con il metodo SIC avevano infatti avuto una media di 7-8 autori. Dopo aver valutato e scartato molte ipotesi, come il ricorso a sottogruppi che lavorassero con un wiki, abbiamo deciso di organizzare il lavoro attraverso un sistema di prenotazioni: ogni scheda del Grande Romanzo SIC ha avuto da 4 a 10 posti disponibili a seconda dell’importanza, con gli scrittori invitati a prenotare, in ogni fase, un numero minimo e un numero massimo di schede, in modo da avere una distribuzione ottimale del carico di lavoro. Abbiamo quindi preparato un calendario delle consegne per scaglionare il lavoro di composizione. Ogni settimana rendevamo aperte alla prenotazione alcune schede; nel frattempo ricevevamo dagli scrittori le individuali scritte la settimana precedente e le passavamo ai Compositori. Una volta composte, le schede definitive venivano inviate in mail a tutti gli scrittori e pubblicate sul sito, in un archivio sempre accessibile agli autori.
L’organizzazione del lavoro è stata rigorosa ma lineare: abbiamo scelto di usare come strumento principe la e-mail, il più “primordiale” degli strumenti web, sia per una questione di accessibilità al progetto che per semplicità di archiviazione e gestione dei materiali. Con questa catena di prenotazione, scrittura e composizione, in media ogni settimana sono state prodotte 4 schede definitive.
Considerando anche le schede aggiuntive che è stato necessario far scrivere e comporre a integrazione dell’editing, siamo a circa 4000 pagine complessive di testo per 924 schede individuali (oltre a 200 pagine di aneddoti e documenti originali), 6 versioni del soggetto, 24 schede personaggio definitive, 35 schede luogo definitive, 18 schede trattamento definitive, 95 schede stesura definitive, 9 schedoni revisione e 6 ritiri di revisione.

Vale anche spendere qualche parola sul soggetto: era infatti nostro desiderio che il “Grande Romanzo”, a differenza dei racconti scritti fino a quel momento col metodo SIC, non si basasse su un’idea di storia decisa da noi o da uno dei coordinatori, ma su un soggetto originale stabilito collettivamente dai partecipanti.
Abbiamo dunque chiesto agli scrittori di inviarci storie e aneddoti di fatti accaduti a loro parenti o conoscenti durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia. Potevano inviare quello che desideravano, l’importante era che si trattasse di storie tramandate per via orale. L’iniziativa ha avuto successo e abbiamo ricevuto dagli iscritti oltre 200 pagine di materiali di ogni genere, con un’ampia distribuzione geografica. Ovviamente partigiani, tedeschi, fascisti e alleati facevano la parte del leone ma c’era di tutto: storie di bombardamenti, di salvataggi rocamboleschi, di viaggi disperati, di incontri fortuiti, di lavoro nelle fabbriche di armamenti, e poi francesi, gallesi, marocchini, indiani, anarchici, monarchici, preti, massoni, anziani, bambini, disabili, ragazze in fiore, energumeni… Sulla base di questi aneddoti abbiamo elaborato il soggetto: si tratta di un romanzo storico che racconta le tre storie parallele di un ufficiale di marina sbandato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che sceglierà di unirsi alla Resistenza, di sua sorella, rimasta sola e in gravi difficoltà in una Milano bombardata, e del marito di lei, che trascorre tutta la guerra imboscato in un solaio in campagna, dove perde progressivamente la ragione.

D: Per finire, uno dei capisaldi della letteratura moderna ma in generale della cultura democratica individualista che per quanto profondamente in crisi, tuttora vige nella nostra società è costituito dal principio di “responsabilità”. Chi si assume la responsabilità dell’opera che uscirà? Come ne saranno suddivisi o concepiti gli oneri (critiche ecc.) e gli onori (compensi ecc.)?

R: Scriveva Michele Marcon (tra i 115 autori di In territorio nemico) su Finzioni: “[…] a pensarci bene l’aspetto più interessante della SIC non è tanto il fatto che sia Collettiva, ma è il suo essere Industriale. Ovvero: tu che credi di essere un (grande) autore chiuso nella tua stanzetta, e ti fai un sacco di pippe mentali mentre scrivi un (grande) romanzo rivoluzionario che probabilmente non leggerà mai nessuno (e che altrettanto probabilmente rimarrà un tentativo velleitario). Ecco, tu non sei più nessuno. Tu non esisti più. Tu, stereotipo del (grande) autore, oggi sei un operaio che insieme ad altri operai deve collaborare per riuscire a realizzare un prodotto. Certo, questo prodotto non è mica un prodotto qualsiasi, ma è un’opera dell’intelletto – che dico – degli intelletti!”
Partendo da questo spunto, la nostra opinione è che si debbano distinguere due aspetti dell’autorialità: l’autore come idea dello scrittore e l’autore come idea del lettore. Il primo è un marchio di legittimità: io scrittore scrivo così tanto e/o così bene da aver conseguito la patente di parola, che è appunto il titolo di autore. L’autore è uno scrittore con bonus: mentre la dimensione dello scrittore è la scrivania, l’autore si rivolge alla società, è una voce nel dibattito della società civile. Questa proiezione all’esterno dell’autore è in contraddizione con la vocazione dello scrittore, che è quella di mantenere un rapporto di comunicazione con se stesso e con i fantasmi dei lettori.
Il lettore, dal punto di vista del lettore, è qualcosa di più. Vale il discorso dell’autore come autorità, ma subentra una questione più connessa all’opera, che è l’idea dell’autore come principio ordinatore del testo. L’autore, per lo scrittore, è soprattutto quella figura ideale che trasforma uno sciame di lettere in un discorso di senso compiuto, di più, in una storia, ancora di più, in una storia che vuole dire qualcosa e quello che vuole dire è importante.
Un’impresa collettiva si rapporta in modo diverso ai due aspetti. Il primo cambia completamente senso, è sabotato. Chi lavora a un’opera collettiva non sa che cosa sta dicendo, non può quindi prendersene la responsabilità, quindi né colpa né merito. La sua voce si è persa nella sintesi dell’opera collaborativa. Alla società civile arriva qualcosa scritto da cento persone, che è come dire, non si sa da chi. L’opera è senza contesto, è indifesa. Ma, allo stesso modo, è indifesa la comunità che la riceve. Foucault sosteneva che l’autore non sia in sostanza che il filtro della parola, il congegno di contenimento del suo potere dirompente. L’opera collettiva, secondo questo punto di vista, dirompe di più.
Diverso è il discorso del rapporto tra lettore e autore. Poiché per il lettore l’autore è il principio ordinatore dell’opera, è secondo noi necessario, in un’opera collettiva, riprodurne le caratteristiche. Il lettore deve poter interloquire con qualcuno. Se questa persona non esiste, deve essere simulata. L’importanza data nel metodo SIC alla coerenza del risultato finale, e quindi alla revisione, ha proprio la funzione di riprodurre “in vitro” le caratteristiche “naturali” dell’autore.
Per quanto riguarda invece le royalties, abbiamo realizzato un tabellone di “token” nel quale ogni tipo di compito svolto all’interno della lavorazione di In territorio nemico ha un valore in punti. I punti complessivi di ciascuno vengono poi riconvertiti su base percentuale e si ottiene la sua quota di diritti d’autore.

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