Archivia per Settembre, 2012

Antonio Bagnoli (Pendragon Edizioni): “Quei pochi editori che sfruttano fanno più notizia di tutte quelle centinaia che offrono la loro struttura come luogo di formazione”

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Bibliocartina ieri ha interpellato Antonio Bagnoli, amministratore unico e direttore editoriale di Pendragon Edizioni, in merito a un suo intervento su Facebook sul ruolo degli stagisti in una casa editrice, nel quale l’editore comunicava la volontà di non avvalersi più delle convenzioni accademiche per tirocinio, a causa di un “movimento d’opinione che vede tutti coloro che accettano “lavoratori” non pagati come strozzini pronti ad arricchirsi sulle spalle delle competenze ed energie dei giovani in cerca di occupazione”. 

Abbiamo rivolto al patron di Pendragon alcune domande cui Bagnoli oggi risponde, riportiamo qui sotto l’intervista integrale:

Domanda: Perché ha messo la parola “lavoratori” tra virgolette, nel suo commento, riferendosi agli stagisti?

Risposta: L’ho fatto per amore di precisione: credo che gli stagisti siano infatti delle persone che stanno completando il loro percorso formativo osservando, testando e verificando direttamente come avviene il lavoro. Per questo mi pare giusto usare il virgolettato.

D: Perché tanto livore, evidente nelle sue parole, nei confronti degli stagisti, fino al punto di decidere di non collaborare più con le istituzioni accademiche per accogliere tirocinanti in redazione?

R: Mi spiace che si sia visto del livore, evidentemente mi sono espresso male (era piuttosto una battuta: mai pensato di scrivere libri con gli errori!). La scelta – momentanea – di non accogliere più stagisti (scelta condivisa da editori concittadini del calibro del Mulino, Zanichelli ecc.) è dovuta a una serie di fattori: spazio, opportunità ecc. ecc. e, non ultimo, l’atteggiamento di cui parleremo nella prossima domanda.

D: Quali sono, secondo lei, le ragioni per cui “circola un movimento d’opinione” che vede “gli editori come gentaglia che sfrutta il lavoro altrui?

R: Gli editori, come tutti gli operatori economici che operano in campo culturale, sono in difficoltà economiche. Tra questi ci saranno senz’altro personaggi che arrivano  a sfruttare il lavoro di finti stagisti. Credo, permettetemi di dirlo, si tratta davvero di una minoranza. Evidentemente però fanno più notizia loro di tutte quelle centinaia di colleghi che offrono la loro struttura e la loro professionalità come luogo di formazione. E quindi, su internet come sulla stampa, si nota una giusta levata di scudi contro questa modalità, che è invece stata l’unica che ha permesso a tanti giovani di “saggiare” sul campo la loro capacità.

D: Quale può essere, secondo lei, la giusta soluzione al problema del lavoro nel settore editoriale? Non le sembra, a maggior ragione per le considerazioni che fa sulla scarsa preparazione dei tirocinanti a fronte della presunzione che lei lamenta, che ci sia nel settore editoriale una eccessiva sproporzione tra numero di stagisti e tirocinanti e numero di reali professionisti? E non crede che una delle condizioni necessarie per crescere come professionisti, in qualunque mestiere, sia poter svolgere il proprio lavoro in condizioni di serenità e di dignità, che non sono, tipicamente, quelle di uno stagista medio italiano?

R: Questa domanda mi spiega perché il mio post ha suscitato il vostro interesse: evidentemente sono ignorante su come avvengono molte cose al di fuori del mio orticello. Infatti la mia conoscenza poggia su basi diverse. Nella mia realtà non ho mai avuto più di due stagisti per volta, e la durata media del loro impegno è stata di tre mesi. Posso garantirle che questo tempo, nel nostro settore, non basta nemmeno a capire i rudimenti del mestiere, mestiere che si impara con anni di pratica. (Le faccio un veloce esempio: il famoso master di Eco in editoria dura due anni, di cui sei mesi di stage. Alla fine del percorso di studi – estremamente specializzato – i ragazzi hanno i rudimenti del mestiere). Pensare che gli stagisti sostituiscano la forza lavoro di una casa editrice è sinceramente assurdo: lei si fiderebbe di far correggere delle bozze di un libro (magari importante) a chi non l’ha mai fatto? O far fare l’editing di un romanzo a un giovane alle prime armi? Per questo scrivevo su Facebook che accogliere uno stagista è un costo per una casa editrice: il lavoro che svolgerà, dovrà sempre essere ricontrollato da un professionista finito. Mi trovo totalmente in accordo con lei sull’ultima domanda: per crescere occorre serenità e dignità. Evidentemente non so – davvero – quali siano le condizioni di uno stagista medio italiano. Quelli con cui sono entrato in contatto – a parte l’ovvio desiderio di trovare una collocazione lavorativa al più presto – non mi sono parsi in condizioni così disagiate.

D: Non crede dunque che in Italia gli stagisti andrebbero meglio retribuiti, come avviene nella maggior parte dei paesi europei, in modo da potersi formare sul campo in condizioni di serenità e di dignità?

R: Qui ho bisogno di capire meglio la sua domanda: io non credo che per le aziende lo stage debba sostituire il lavoro. Quindi le formule di “stage pagato” sono delle storture che coprono una sorta di sfruttamento. Credo che le opzioni siano due: o sono io che insegno qualcosa (come nel caso dello stage), e allora di pagamento non ha senso parlare. Oppure  sono io che utilizzo il lavoro di una persona, e quindi la pago. Quanto la persona debba essere pagata è discorso diverso: libera contrattazione? Contratti collettivi? Non so, non sono un giuslavorista. Ma di fondo la separazione mi pare necessaria: “stage pagato” è una contraddizione in termini (che, personalmente, non ho mai usato).

D: Concludendo: sappiamo tutti che l’editoria è in crisi in questo paese. Non crede che sia anche perché il lavoro editoriale in Italia si basa sullo scarso riconoscimento del valore delle persone che lavorano, prima ancora che delle figure professionali che lo popolano?

R: Purtroppo no. Non credo che se gli editor, i redattori, i commerciali e tutte le figure tecniche che lavorano nella filiera editoriale avessero maggiori riconoscimenti (sia economici che professionali) il settore funzionerebbe meglio. La verità è che in questo paese la lettura non è incentivata in nessun modo, come invece avviene all’estero; e quindi si comprano meno libri, e quindi c’è crisi… Vorrei fare un’ultima precisazione, importante. Nel mondo editoriale esistono decine di diverse mansioni: rappresentante, magazziniere, editor, traduttore, redattore, addetto stampa, commerciale ecc. ecc. È chiaro che per ognuna di queste il percorso formativo e le opportunità sono diverse. Per alcune di queste, uno stage non ha nessun senso; per altre non basterebbe di un anno. Credo sia una distinzione di cui bisognerebbe tenere conto.

 


Pendragon Edizioni: “Non accettiamo più stagisti”. “Basta vedere gli editori come gentaglia che sfrutta il lavoro altrui”.

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Oggi su Facebook, nella pagina dell’editrice bolognese Pendragon, è apparso un annuncio pubblico da parte della stessa editrice, nel quale si dice: “rendiamo pubblico che da un anno circa non accettiamo più stage e tirocini formativi, che abbiamo sempre gestito con l’Università di Bologna, con la Scuola Superiore di Studi Umanistici e altre istituzioni di massimo prestigio.”

Kodak firma accordi per entrare nel mercato mondiale dei libri on demand e dell’autopubblicazione

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Kodak, ex gigante dell’industria fotografica messo pesantemente in ginocchio negli ultimi anni dai rapidi cambiamenti nel mercato mondiale della fotografia di cui era stata leader per decenni, ha annunciato oggi l’avvio di una partnership con altri due grandi nomi dell’industria editoriale americana, On Demand Books e ReaderLink, per la distribuzione di apparecchi per la stampa di libri e foto-libri nei suoi corner commerciali Kodak Picture.

FNAC, la mobilitazione dei dipendenti questa sera arriva a Roma

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La protesta dei lavoratori FNAC Italia, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, continua e arriva oggi a Roma a Piazza del Popolo, alle 21.30. Allo stesso modo che a Milano, la mobilitazione segue dunque il calendario della Vogue Fashion Night out, evento cittadino legato al mondo della moda. Lo ricordano infatti gli stessi dipendenti FNAC nel comunicato di mobilitazione che hanno scritto: “la scorsa settimana a Milano in occasione della Vogue Fashion’s Night Out, i dipendenti di Fnac Italia – a rischio chiusura – hanno manifestato in via Montenapoleone di fronte a Gucci, marchio di punta del Gruppo PPR, di cui Fnac fa parte”. Oggi la manifestazione è prevista a Roma, mentre il 18 settembre sarà a Napoli, come aveva comunicato a Bibliocartina nei giorni scorsi anche Giuseppe, un dipendente FNAC che abbiamo intervistato. A Roma il gruppo FNAC possiede un punto vendita situato nel Centro Commerciale “Porta di Roma”, che impiega circa 50 dipendenti. A Napoli, invece, il punto vendita si trova nel popoloso quartiere del Vomero.

I lavoratori FNAC Italia, che hanno ottenuto già numerose espressioni di solidarietà da clienti e amici, in particolare attraverso la loro attiva pagina Facebook, chiedono all’azienda un pronunciamento chiaro e tempestivo sulla situazione del marchio e dell’azienda nella penisola. Protestano contro il fatto che, a fronte di dichiarazioni del gennaio scorso in cui il management del gruppo sosteneva che non ci fossero più le condizioni per investire in Italia per FNAC, nei nove mesi successivi nessuno si sia preoccupato di comunicare con i dipendenti e di metterli in condizione di conoscere il proprio destino in FNAC. A questo proposito, Bibliocartina ha interpellato due giorni fa la Responsabile dell’Ufficio Stampa internazionale FNAC Gaëlle Toussaint la quale ha fatto riferimento a una possibile dichiarazione dei vertici prevista la prossima settimana.

Anna Mioni, dalla traduzione al mestiere di agente letterario. “L’editoria attuale soffre di pigrizia; vincerà chi saprà essere flessibile e andare incontro alle nuove sfide digitali”.

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Alla ricerca di approfondimenti e nuovi punti di vista sul mercato del libro e i suoi mestieri, oggi Bibliocartina.it intervista Anna Mioni, protagonista del mondo letterario italiano da quasi 15 anni, nota traduttrice letteraria segnalata due volte (2008 e 2009) al prestigioso Premio Monselice per la traduzione, e da qualche mese anche titolare dell’agenzia letteraria internazionale AC²Agency.

 Cominciamo traendo spunto da un articolo di qualche giorno fa. Il quotidiano Repubblica ha recentemente pubblicato un’intervista a Jonathan Safran Foer in cui l’autore, criticando una deriva patriottica in atto secondo lui negli USA “che somiglia alla xenofobia”, fa riferimento anche alle traduzioni dei libri, che in America costituiscono (sono le cifre fornite da Foer stesso) circa il 3% dei libri pubblicati, a fronte di una percentuale di libri tradotti in Europa che andrebbe dal 30 al 45%. Secondo Foer questo significa che gli Stati Uniti stanno rinunciando al “dialogo col mondo”. Qual è, in merito, la tua opinione di traduttrice letteraria dall’inglese e di agente letterario internazionale?

Proprio l’anno scorso ho avuto modo di recarmi negli Stati Uniti con una borsa di studio. Ho incontrato vari editor, alcuni dei quali si occupano di collane di testi in traduzione, e ho sentito discorsi simili a quelli di Safran Foer. Pare che i lettori americani non siano interessati ad altri mondi che non siano il loro, e fatichino ad accostarsi a testi ambientati in contesti che non gli sono famigliari: non gli interessa nemmeno conoscerli, a meno che non si tratti di esotismi oleografici che confermano i loro stereotipi. Quindi, gli editori che vogliono fare editoria di ricerca traducendo da altre lingue spesso sono costretti ad appoggiarsi a finanziamenti universitari o a donazioni. È più facile che si pubblichi un autore straniero che ha vinto un premio o è campione di incassi, ma non è affatto scontato. Spesso persino gli scrittori inglesi faticano a diffondere i propri testi in America. Ma può darsi che questo stato di cose non duri a lungo: il predominio economico e culturale degli Stati Uniti cede il passo rispetto a quello dell’Asia; bisogna vedere se quest’ultima saprà proporre un modello forte anche dal punto di vista culturale, che soppianti il colonialismo americano subìto dal resto del mondo nel dopoguerra.

Non è possibile, dunque, che la realtà per quanto riguarda l’Europa sia ben più prosaica, e che tanti libri tradotti che vengono dagli Stati Uniti siano spesso selezionati secondo criteri puramente commerciali piuttosto che di effettivo interesse letterario, e spesso sull’onda del marketing letterario invece che di tendenze culturali indipendenti?

Per quanto riguarda il mercato italiano, spesso si compra e si fa tradurre ciò che è americano a scatola chiusa, per pura esterofilia, e per la presunzione che una storia possa vendere meglio e risultare più appetibile per il solo fatto che è straniera. Si arriva al paradosso, nella narrativa di genere, di far firmare con pseudonimi anglicizzanti scrittori che in realtà sono italianissimi. C’è una certa pigrizia di fondo della filiera editoriale, per cui quello che non passa tra le sue maglie rimane escluso dal processo di selezione, senza che necessariamente sia peggiore. Bisognerebbe ritrovare un po’ di spirito critico, e soprattutto leggere i libri prima di proporli al pubblico, invece di affidarsi solo al tam tam degli addetti ai lavori.

Quali credi che siano in generale le regole sottostanti al mercato della narrativa estera in Italia? Credi per esempio che copra generi poco usuali per gli scrittori italiani, o sono altri i motivi per cui in Italia si tende a dare molto peso alla narrativa estera?

Intanto voglio far rilevare che negli ultimi anni è molto cresciuta l’importanza della narrativa italiana, a livelli che fino a dieci anni fa erano impensabili; però secondo me dipende semplicemente dal fatto che pubblicare e promuovere uno scrittore italiano per gli editori ha dei costi molto più contenuti, e purtroppo non è dovuto a motivi più nobili (altre riflessioni interessanti sul turn-over degli esordienti si trovano per esempio nel pezzo di Ida Bozzi recentemente pubblicato sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera). Fino a una decina d’anni fa, invece, la narrativa straniera predominava su tutto, per una combinazione di provincialismo, di sudditanza culturale, e forse anche per l’eccessiva litigiosità delle varie conventicole delle lettere nazionali.

Non credo ci siano regole sottostanti al mercato della narrativa estera in Italia, o meglio, sono le stesse che valgono per tutto il mondo editoriale moderno: ci sono i piccoli editori che fanno un lavoro di scouting secondo i propri gusti e i propri ideali, mentre gli editori commerciali sono più attenti a fiutare le tendenze globali per cercare di cavalcarle. Spesso e volentieri si importano acriticamente i successi esteri, convinti che debbano per forza replicare il loro successo da noi in patria, cosa non assolutamente scontata, date le differenze culturali di fondo che per fortuna ci sono ancora.

Ritieni che il ‘marketing di ritorno’ di cui opere tradotte possono godere in Italia abbia un peso nella scelta di acquisizione di un titolo? Sempre più, fra l’altro, i tempi per le traduzioni nelle case editrici si accorciano proprio per esigenze relative al calendario d’uscita, è il caso per esempio dei romanzi di Ken Follett che vengono fatti uscire in Italia in contemporanea con l’estero, o degli stessi romanzi della saga di Twilight o di altri, tradotti da squadre di traduttori, con tutto il rischio che ciò comporta in termini di stile, per accorciare i tempi. Usufruire di una sorta di campagna di marketing internazionale comune, risparmiando quindi fatica e risorse per una più mirata in Italia, secondo te è una scelta felice per gli editori italiani?

Non so nemmeno se è una scelta. Credo che ormai il mercato globalizzato contempli solo una possibile scelta, starne dentro o starne fuori. Per gli editori sarebbe un suicidio commerciale non approfittare del traino di grossi eventi promozionali (film, tournée, lanci internazionali) legati a un libro, e quindi si adeguano al sistema ormai consolidato in quasi tutto il mondo. Purtroppo questo implica, come sottolinei giustamente, il forzato ricorso a metodi di lavoro che non permettono di dedicare a un testo le dovute attenzioni in fase di traduzione e revisione. Si spera che gli editori ne comprendano l’importanza e si ricredano.

Che opinione hai, in generale, del marketing del libro? Marino Buzzi da noi intervistato qualche giorno fa ha espresso un’opinione molto critica a riguardo.

Ho scritto da poco un articolo molto dettagliato su Agorà, il blog di Scuola Twain dove avanzo anche delle proposte di soluzione per la crisi del mercato editoriale, oltre a tentare di identificarne alcune delle cause. Inutile dire che la mia analisi coincide in molti punti con quella di Buzzi.

Recentemente sei diventata un agente letterario internazionale. Puoi spiegarci brevemente in cosa consiste questo mestiere e le ragioni della tua scelta?

L’agente letterario rappresenta gli interessi degli autori presso gli editori, sia dal punto di vista contrattuale (cercando di stipulare il contratto più vantaggioso possibile e occupandosi degli aspetti amministrativi del rapporto) che da quello promozionale (cercando una casa editrice per l’autore, in Italia e all’estero). Ci sono agenti che lavorano esclusivamente a piazzare autori italiani in Italia, e altri come me che inoltre rappresentano in Italia agenzie e clienti esteri, e i propri autori all’estero, autonomamente o con l’aiuto di altri co-agenti. È una professione molto recente che in Italia non è ancora regolamentata; fino a poco tempo fa le agenzie erano poche e lavoravano in modo invisibile ai non addetti ai lavori.

È un’idea nata quando nel 2006 e 2007 ho lavorato come editor interna nella casa editrice padovana Alet, occupandomi anche dell’ufficio diritti. Ho seguito da vicino la parte gestionale dei diritti del libro e i colloqui con le agenzie straniere alle fiere italiane ed estere. Nel farlo ho notato che il meccanismo consueto di rapporto tra agenzie letterarie ed editori si poteva migliorare in vari punti; ma allora aprire un’agenzia per lavorare in modo diverso dalle agenzie tradizionali non sarebbe stato possibile, perché a quei tempi la maggior parte del lavoro si svolgeva su carta e aveva costi per me insostenibili. Ora che i manoscritti si scambiano solo via e-mail, è stato possibile far partire il progetto AC² Literary Agency e provare a mettere nel lavoro di agente anche tutte le esperienze acquisite come traduttrice e redattrice interna, oltre alla mia idea di letteratura e di mercato editoriale virtuoso. Inoltre, in un periodo di cambiamento come quello attuale, la transizione verso l’editoria elettronica è fonte continua di nuovi stimoli e rappresenta una sfida per chi vuole essere in grado di rispondere immediatamente a tutti i nuovi bisogni che questo nuovo mercato creerà per gli autori.

Pochi giorni fa, Antonio Tombolini fondatore della piattaforma di pubblicazione di ebook Simplicissimus Book Farm ha pubblicato sul suo blog una serie di considerazioni sui cambiamenti in corso nell’editoria italiana, data piuttosto per spacciata dall’editore nella sua forma tradizionale. Il cambiamento, la novità, a quanto sembra risiedono nella forma del libro elettronico e nell’affermazione che sta sperimentando in Italia, a fronte di un crollo del mercato librario tradizionale. Fra le altre cose, Tombolini sembra elogiare indirettamente la tua scelta di aprire un’agenzia letteraria, sostenendo che sia un ottimo momento per questo tipo di attività, purché non ci si attacchi alle vecchie abitudini ma si possiedano capacità intuitive e dimestichezza con i numeri. Che cosa ne pensi?

L’articolo di Antonio Tombolini di Simplicissimus Book Farm mi conferma alcune intuizioni di lungo corso che fa piacere ritrovare nel discorso di uno dei più grossi esperti di editoria elettronica in Italia. Lo scenario sta cambiando, l’editoria tradizionale non sarà più la stessa e chi non è pronto ad affrontare il suo nuovo assetto in modo flessibile e moderno non riuscirà più a restare sul mercato. In compenso, per chi è agile e duttile si prospettano nuovi scenari molto interessanti. Credo che nel giro di pochi anni il panorama editoriale italiano sarà cambiato enormemente. Il successo di vendita degli ebook quest’estate ne è la prova.

FNAC Italia, dal PPR Group una risposta ai dipendenti la prossima settimana?

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Il PPR Group proprietario della catena della grande distribuzione culturale e tecnologica FNAC “potrebbe pronunciarsi sul futuro di FNAC Italia la prossima settimana.” Questo è ciò che dalla Francia, usando il condizionale, ha dichiarato rapidamente al telefono a Bibliocartina questa mattina Gaëlle Toussaint, responsabile comunicazione FNAC, quando l’abbiamo contattata per avere notizie circa il futuro dei 600 dipendenti FNAC Italia attuali che sono in questi giorni in mobilitazione e che abbiamo intervistato stamattina. Toussaint ha anche aggiunto che “non possiamo dare comunicazioni precise poiché l’azienda è attualmente in fase di riorganizzazione dei processi aziendali”. Per verificare la notizia Bibliocartina ha cercato di contattare anche il responsabile delle pubbliche relazioni per Fnac in Italia, Gianfranco Mazzone dell’agenzia Burson Masteller, il quale non si è al momento reso reperibile.

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San Felice sul Panaro: riapre la biblioteca comunale dopo il terremoto. “Questa è nata nel 1873 come biblioteca popolare, e oggi è di nuovo la popolazione a sostenerne la rinascita”.

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Articolo di Sara Crimi – Immagini di Claudio Lanzoni

Si chiama BiblioPark, ed è il nuovo progetto della biblioteca comunale di San Felice sul Panaro, uno dei comuni colpiti dal sisma che ha devastato la Bassa emiliana lo scorso maggio. L’appuntamento era stato fissato per sabato 1° settembre, ma è stato annullato per pioggia, il che tuttavia non ha impedito a una quindicina di persone di presentarsi lo stesso per un saluto e due chiacchiere. Ieri si è replicato: inaugurazione ufficiale con l’Assessore alla Cultura, Giulia Orlandini, la bibliotecaria Cristina Picchietti e la scrittrice Barbara Baraldi, che pubblica – fra gli altri – con Mondadori e Einaudi ed è molto amata dai lettori italiani, europei e americani del genere fantasy e noir.

Le persone arrivano alla spicciolata, si guardano intorno, prendono posto sulle sedie sistemate sotto al gazebo: si respira un’aria familiare, si conoscono tutti, è evidente che sono felici di ritrovarsi e ritrovare un punto di incontro importante.

Scambio due chiacchiere con Giulia Orlandini. Di lei mi colpiscono anzitutto la giovane età e la determinazione. Mi spiega che la biblioteca, un edificio in cemento armato composto da un auditorium e dalle sale con le raccolte, è stata parzialmente lesionata nei piani superiori e che si stanno facendo le necessarie valutazioni per la messa in sicurezza. È presto per parlare di preventivi, denaro e tempi, ma i progetti ci sono e il Comune è intenzionato a portarli a termine al più presto, perché, in una cittadina come San Felice che ha perso tutti i punti di riferimento culturali (sono crollati il teatro e la Rocca, dove si organizzavano eventi musicali e mostre di pittura e fotografia, e molto altro) la biblioteca rappresenta un luogo cruciale per l’aggregazione, l’incontro, lo studio e il tempo libero per tutta la popolazione (la biblioteca aderisce al progetto “Nati per leggere” rivolto ai bambini, le sue sale di lettura e l’emeroteca erano frequentate dagli adulti, mentre i giovani e gli studenti si avvalevano del servizio di  consultazione e prestito, prestito inter-bibliotecario ed ebook). All’indomani del sisma del 20 maggio, spiega ancora Orlandini, la città ha vissuto un mese “in trincea” e tutti si sono impegnati al massimo per riorganizzare le necessità essenziali della cittadinanza; gli impiegati comunali sono stati comandati al COC, il Centro Operativo Comunale, spesso in ruoli diversi da quelli consueti. Non per questo si è persa di vista la situazione della biblioteca, tanto che l’Assessore si è rivolta a due volontari che avevano costruito una casetta di legno per l’AUSER e ha chiesto loro di realizzarne un’altra. Oggi, grazie al lavoro gratuito di queste due persone, nel giardino antistante l’auditorium (da qui, il nome BiblioPark) sorge un’accogliente casetta di legno verniciata e decorata.

Con Barbara Baraldi parliamo di libri, di memoria, di luoghi che non esistono più. Ci parla del rapporto di sincerità emozionale con i lettori, che riconoscono nei suoi libri se stessi e i propri riferimenti geografici, di come, a seguito del terremoto, si sia attivata una fitta rete di solidarietà mossa dal sentimento di “comunanza”, che tutti spiegavano con la frase “sarebbe potuto accadere anche a noi”. Per Barbara, la scrittura è il simbolo di qualcosa di più grande, e di rinascita: ci racconta di come abbia revisionato le bozze del suo ultimo romanzo di notte, in auto o in tenda, di come il lavoro di scrittrice l’abbia aiutata a elaborare l’esperienza traumatica, proprio come accade con i lettori che, oggi, si riappropriano della loro biblioteca. 

La parola passa alla bibliotecaria Cristina Picchietti che, visibilmente emozionata, riassume in poche frasi gli ultimi mesi: ringrazia tutte le persone che l’hanno aiutata, a partire dall’Assessore che le ha concesso di lasciare il lavoro al COC per occuparsi del recupero del patrimonio librario, i volontari che, ogni giorno, hanno lavorato con lei al reperimento dei cartoni nei quali classificare i libri, i costruttori della casetta di legno, i colleghi del CEDOC che hanno fornito un computer. La biblioteca, ci spiega, nasce nel 1873 come “biblioteca popolare”, dalle donazioni dei cittadini, non stupisce dunque che, a quasi un secolo e mezzo dalla sua fondazione, siano di nuovo i cittadini a sostenere la “loro” biblioteca. Una volta recuperato il patrimonio librario, Cristina l’ha catalogato secondo il sistema Dewey e riposto in scatole di cartone, che ha sistemato nell’auditorium. Mi porta a vederlo, e resto stupefatta davanti a questo teatro con i libri al posto degli spettatori. Mi indica una scatola e mi racconta che pochi giorni prima una ragazzina è andata a chiedere un Flaubert, “lo devo leggere per la scuola”; adesso ci vuole circa mezzora per reperire un volume, ma la studentessa è stata fortunata, perché il libro che cercava “era sopra alla pila”. Nella casetta di legno è riuscita a sistemare 3000 volumi, una rappresentanza di ogni sezione (narrativa, ragazzi, ricerca…); mi racconta che, quando le hanno comunicato che avrebbe avuto 16 metri quadri a disposizione, ha tracciato delle linee sul pavimento per rendersi conto dello spazio effettivo e ha cominciato a fare le prove di sistemazione, come un geometra alle prese con un progetto. “La biblioteca”, conclude, “non è solo un contenitore di libri, è un luogo di incontro importante, e i cittadini hanno dimostrato di averla a cuore”.

USA: cartello ebook, il giudice approva l’accordo con gli editori ma scatena polemiche. “L’accordo favorisce Amazon”, proprio all’indomani della presentazione del Kindle Fire.

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L’accordo di rimborso ai consumatori per un valore di 69 milioni di dollari, sottoscritto dagli editori Hachette Book Group, HarperCollins e Simon & Schuster negli Stati Uniti in merito all’indagine antitrust del Dipartimento di Giustizia USA sui prezzi degli ebook  è stato approvato ieri da un giudice federale. L’indagine, com’è noto, verteva su una violazione delle leggi sulla concorrenza da parte di Apple e cinque gruppi editoriali operativi in USA (un’indagine simile. per lo stesso tipo di accordo commerciale ritenuto illecito, è tuttora in corso anche in Europa). Come riportano i principali quotidiani americani la decisione di Denise Cote, giudice del tribunale distrettuale di Manhattan, stabilisce che i tre editori  mettano fine a qualunque accordo commerciale in essere con Apple sul prezzo degli ebook, e a qualsiasi accordo con i rivenditori di ebook che limiti la possibilità del rivenditore di applicare sconti sul prezzo del libro, e che debbano inoltre porre fine a clausole di favore in base alle quali si stabilisce che ad altri rivenditori non sarà consentito vendere gli stessi ebook a un prezzo inferiore. Tali decisioni saranno valide per un periodo di due anni.

La decisione del giudice ha scatenato i malumori non soltanto di Apple, che sperava in una risoluzione più lenta della controversia – Apple e gli altri due editori accusati di cartello, Penguin Group e MacMillan, non hanno sottoscritto accordi e si confronteranno dunque in processo con il Dipartimento di Giustizia americano; la data è il 3 giugno prossimo, dunque fino a quel giorno l’accordo commerciale con Penguin e MacMillan rimarrà in essere – ma anche i principali rappresentanti delle librerie indipendenti americane. Il marchio Barnes & Noble e l’American Booksellers Association hanno immediatamente presentato una protesta contro la decisione, vedono infatti, nel divieto assoluto fatto agli editori di fissare anche in parte il prezzo del libro, un enorme favore al colosso delle vendite di ebook online Amazon, una realtà commerciale tanto enorme da poter praticare sconti sul libro impensabili per la concorrenza. Molti commentatori hanno fra l’altro visto una curiosa coincidenza fra la decisione del giudice e il lancio, giovedì scorso, dei nuovi tablet di Amazon Kindle Fire, considerati da molti una seria minaccia all’egemonia dell’iPad sul mercato delle tavolette elettroniche.

Negli Stati Uniti le librerie indipendenti possiedono una fetta di mercato degli ebook non esigua, visto che Barnes&Noble detiene circa il 25% del mercato e l’American Booksellers Association ha da poco firmato un vantaggioso accordo con Kobo per la vendita di ebook. Gli sconti sono tuttavia una pratica commerciale che solo un megastore online generalista come Amazon può permettersi, essendo un colosso unico che non ha bisogno di curare la salute di ogni singolo venditore o socio indipendente, e può permettersi di applicare pesanti sconti su un prodotto come leva di marketing per promuovere l’acquisto di un altro. E molti ritengono che proprio questo avverrà a breve, con il Kindle Fire.

Mantova, al Festivaletteratura anche i Translation Slam. Daniele Petruccioli: “Quest’anno si presta più attenzione ai traduttori”.

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Il cruccio dei traduttori letterari, si sa, è quello di essere quell’anello invisibile della catena del libro, quella famosa vite che se la togli casca tutto, eppure è così piccola e nevralgica che non si vede, e puntualmente ci se ne dimentica. Bibliocartina.it ha intervistato oggi Daniele Petruccioli, traduttore letterario per importanti case editrici indipendenti italiane (Marcos y Marcos, Voland fra le altre), e a Mantova inviato speciale in qualità di moderatore dei Translation Slam, sorta di gare in cui due traduttori si confrontano su come hanno reso la versione italiana di un testo, lasciando all’applauso del pubblico il potere di decretare un vincitore. “I Translation Slam sono parenti dei nobili Poetry Slam, gare in cui ci si sfida nella recitazione di poesie”, ci ha raccontato Petruccioli, “e sono stati trasposti per la prima volta alla traduzione letteraria nel 1999 in Canada, in occasione del Blue Metropolis Montreal International Literary Festival. Successivamente sono stati replicati con grande successo anche a New York, Londra e altre città, e qui a Mantova questa del 2012 è la seconda edizione che si tiene, dopo quella dell’anno scorso.” L’idea di trasferire anche a Mantova i Translation Slam è stata di Laura Cangemi, riconosciuta traduttrice letteraria dall’inglese e dallo svedese nonché mantovana e organizzatrice storica del Festivaletteratura. L’anno scorso le lingue interessate alla competizione erano lo svedese e l’inglese australiano, quest’anno si è invece replicato  con lo spagnolo dell’autore Pablo D’Ors, e l’inglese americano dello scrittore per bambini Louis Sachar. A competere sono stai chiamati ieri 6 settembre Ileana M. Pop e Marco Stracquadaini, traduttori dei testi di D’Ors in italiano, e  per Louis Sachar la stessa Cangemi e Flora Bonetti, le due professioniste che lo hanno finora trasposto in italiano (lo Slam è in corso mentre scriviamo). Sponsor dei due eventi il sindacato dei traduttori editoriali Strade, per quello odierno, e ieri Insieme Salute,  mutua sanitaria che ha avviato un servizio di tutela anche per traduttori e scrittori, dedicato alla traduttrice Elisabetta Sandri scomparsa qualche tempo fa.

In che cosa consiste dunque, con precisione, lo Slam? “Ai traduttori viene dato, circa 10 giorni prima, un testo inedito dell’autore, che dovranno tradurre. Il giorno dello slam si sale sul palco e ci si confronta con la traduzione. In qualità di moderatore”, spiega Petruccioli, “sono stato l’unico che ha avuto la possibilità di leggere entrambe le traduzioni, mentre i due concorrenti arrivano alla gara senza conoscere la versione dell’altro. A quel punto, inizia la lettura e la conversazione delle due versioni. Nel caso di Pablo D’Ors, ieri, il brano in gara era il frammento del libro che sta attualmente terminando di scrivere, mentre per quanto riguarda Sachar, il testo è un racconto che gli è stato rifiutato da un editore americano perché considerato troppo truculento per essere adatto ai bambini. Sachar ha dunque scelto di metterlo a disposizione nostra. 

Lo slam di ieri”, prosegue Petruccioli, “ha potuto godere della buona conoscenza dell’italiano da parte di D’Ors, che ha interagito costantemente con i due traduttori e con il moderatore, rivelando  che l’ascolto delle versioni tradotte del suo testo gli era servito  per capire meglio ciò che lui stesso aveva scritto ma in modo istintivo e poco ragionato”. Proprio quello è d’altra parte uno dei compiti più ardui del traduttore, il dovere di meditare a lungo su ciò che spesso dall’autore è stato scritto frettolosamente, o per pura ispirazione momentanea, o pensando a qualcosa di diverso da ciò che apparentemente sembra. Al termine della tenzone”, continua il moderatore, “tutto si è concluso con un festoso applauso, senza decretare alcun vincitore. Come si può d’altra parte, voler scegliere tra due versioni tanto diverse? In ognuna, come spesso accade a riprova di quanto poco lineare sia l’arte del tradurre, ci sono soluzioni che nell’altra mancano, e viceversa. Il bello e il difficile del moderare un evento del genere è anche stimolare i traduttori al protagonismo, a voler spiegare il meglio possibile scelte e soluzioni, coinvolgendo anche il pubblico che ho trovato incredibilmente attento.”

A proposito di pubblico, chiediamo: come sono stati accolti finora gli Slam in termini di presenze, e in generale la presenza della letteratura tradotta al Festival? “Sono molto soddisfatto perché ieri abbiamo registrato il sold-out, coinvolgendo nella chiesa sconsacrata in cui si è tenuto l’evento giovani dai 27 ai 97 anni, persone che non davano l’idea di essere ‘del mestiere’ ma puri appassionati della letteratura. E anche i giornali locali hanno dedicato attenzione al nostro evento. Complessivamente, girando per Mantova ci si accorge facilmente di quanto i traduttori, e d’altro canto gli interpreti per gli autori stranieri che in alcuni casi coincidono con i traduttori che li hanno dati a conoscere, siano ovunque e siano un nervo indispensabile di questo Festival, ma quest’anno la loro visibilità è crescente, rispetto ad altri anni e ad altri eventi. Ad esempio, nel dibattito che ieri sera Patrizio Roversi ha animato sul libro di Miriam Toews “Mi chiamo Irma Voth” di Marcos y Marcos, (tradotto da Daniele Benati) l’interprete Marina Astrologo è stata protagonista a tutti gli effetti del dibattito, spesso tirata in ballo dall’autrice e dal presentatore. In altri anni e in altri eventi, ricordo ad esempio Il Salone del Libro di Torino di qualche anno fa, si era soliti utilizzare i traduttori come specie di robot automatici da interpretazione”.

Intervista a Romano Montroni – Parte II: “Il mestiere del libraio è tutt’altro che finito, finché si vorranno vendere libri non si potrà mai fare a meno di librai capaci”

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Romano Montroni autore di “I libri ti cambiano la vita” per Longanesi Editore, dopo la prima parte già pubblicata stamattina, che verteva innanzitutto sul libro presentato questa mattina anche al Festivaletteratura di Mantova. Oltre al Montroni autore del libro, abbiamo infatti interrogato anche il Montroni libraio, da più di 10 anni fra l’altro docente anche della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri dal 2006 consulente per le Librerie Coop, catena di librerie legata al gruppo della grande distribuzione, presente al momento soprattutto nel Nord Italia.

C’eravamo lasciati con un interrogativo. Come fare per instillare nei non-lettori, così numerosi in Italia,  il gusto della lettura? Montroni ha le idee chiare sul tema. “L’abitudine, il gusto, il bisogno di leggere si acquisiscono da bambini, è la scuola il primo e fondamentale veicolo di amore per la lettura. Quella che occorre è una vera e propria didattica per il riconoscimento del valore dei libri, eppure chiediamoci: quante sono in Italia le biblioteche scolastiche in uso? Se non c’è una biblioteca funzionante neanche al Liceo Galvani di Bologna, che è uno dei licei più storici d’Italia dove ha studiato addirittura Giosué Carducci, che cosa dobbiamo immaginare che avvenga nel resto delle scuole italiane?” Non va meglio nelle famiglie, d’altra parte: “i bambini e i ragazzi hanno bisogno di crescere tra i libri, una casa senza librerie è una casa senza stimoli per un bambino.

La crisi dei lettori e della lettura in Italia si intreccia inevitabilmente a quella dell’editoria, eppure Montroni non condivide il pessimismo vigente sul destino segnato dei rumori del libro. Anche a lui infatti abbiamo chiesto se è vero che il mestiere del libraio sia destinato a scomparire, ma la risposta netta è “no, affatto. Al contrario, le vicende anche recenti del mercato librario ci hanno insegnato che il mestiere del libraio, checché si faccia leva oggi sulla tecnologia, è insostituibile e lo sarà sempre, fin quando si vorranno vendere libri.” Montroni cita il caso della catena di megastore britannica Waterstones, proprietaria in Gran Bretagna e in Europa di circa 320 punti vendita per un totale di 4.500 dipendenti. “Waterstones fallì quando fu acquisita da persone che trattavano i libri esattamente come un prodotto qualunque”, racconta l’autore bolognese, “e viceversa ha iniziato a riscattarsi in poco tempo da quando il magnate russo che l’ha acquisita – il miliardario Alexander Mamut, ricco investitore nell’industria dei media internazionale – ne ha affidato la direzione a un libraio indipendente specializzato, che a Londra era titolare di 6 librerie indipendenti. James Daunt”, questo il nome del libraio, “ha puntato su quattro elementi fondamentali”, spiega Montroni: “in primo luogo, la formazione dei librai, una formazione permanente. Un libraio non andrebbe mai confuso con un commesso d’abbigliamento, un libraio è un artigiano che confeziona i suoi negozi con un lavoro più simile a quello di un sarto, o se volete di un salumaio d’altri tempi, che non certo a quello di un addetto cassa.”

In secondo luogo, alla base del riscatto di Waterstones, azienda che Montroni considera un ‘case study‘ da manuale per il mercato librario, c’è stato “il ricambio dell’intera classe dirigente alla ricerca di una maggiore competenza professionale. In terzo luogo, la cura dell’assortimento: nessun punto vendita è uguale a un altro, in base alla città o al quartiere in cui si trova l’offerta di libri cambia, ed è giusto che sia così. Le librerie tutte uguali non funzionano. In quarto luogo infine, il libraio nei loro punti vendita è un suggeritore – qui il discorso si riallaccia dunque all’intervista pubblicata stamattina – che niente meno, scrive su dei bigliettini a mano i suggerimenti sui libri da leggere.”

Il caso Waterstones spiega, per Montroni, che non c’è affatto contraddizione tra un approccio “artigianale” al libro e alla vendita dei libri e cifre e volumi di vendita da colossi economici.  “Tutt’altro, solo lo spirito imprenditoriale e l’intraprendenza creativa oggi possono salvare le librerie. I librai indipendenti generalisti che si accontentano di lasciare i libri in vendita in modo passivo, quelli sì hanno fatto il loro tempo. Bisogna imparare a usufruire delle innovazioni anche tecnologiche che sono emerse in questi anni – e che ad esempio permettono a un  libraio di avere sott’occhio l’assortimento in modo ben più rapido e preciso di un tempo – senza rinunciare allo spirito originario del mestiere.

Questo approccio è lo stesso, dice Montroni, “che utilizziamo nelle Librerie Coop per cui da qualche anno sono consulente. Formazione permanente, non meno di una volta al mese, assortimento personalizzato, e valorizzazione della forza vendita. Guai a chiamarli commessi: sono librai, professionisti a tutti gli effetti. E i numeri ci danno ragione: se il settore scende di non meno del 10%, nell’ultimo periodo presso le Librerie Coop le vendite sono aumentate del 3%.”

Considerazioni, quelle di Montroni, per tanti versi affini a quelle di Marino Buzzi e Rosa Addeo già pubblicate nei giorni scorsi, ma con una sfumatura di ottimismo e di fiducia in più nel futuro del loro mestiere. Ad ascoltarlo non sembra né grigia, né nera, né rossa.

Intervista in anteprima a Romano Montroni, il libraio d’Italia. Oggi a Mantova presenta “I libri ti cambiano la vita”. Parte I

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Più di 50 anni trascorsi lavorando tra i libri, eppure conserva ancora lo stesso entusiasmo di un iniziatore Romano Montroni, libraio, formatore, consulente e autore per Longanesi del volume I libri ti cambiano la vita, che oggi sarà presentato a Mantova al Festivaletteratura; l’autore ha voluto parlarcene in anteprima su Bibliocartina.it, nel corso di una lunga e istruttiva chiacchierata telefonica. Pubblicheremo l’intervista in due parti, la prima dedicata al libro questa mattina, la seconda, dedicata invece al mestiere del libraio e al futuro dei libri secondo Montroni, oggi pomeriggio, 

“I libri ti cambiano la vita” – stamattina alle 12.00 Montroni ne discuterà con Stefano Salis, responsabile del supplemento Domenica de Il sole 24 ore, e con il conduttore televisivo bolognese Patrizio Roversi – è un classico libro sui libri. Un’intervista a 100 scrittori contemporanei, tra cui gli stessi Salis e Roversi, sui libri che sono stati, appunto, importanti per la loro formazione. Fra i tanti autori intervistati troviamo Corrado Augias, Serena Dandini, Vito Mancuso, Renata Colorni, Stefano Benni, personaggi noti, in misura certo differente, tanto al pubblico frequentatore delle librerie quanto a quello più avvezzo agli schermi televisivi.

Perché un libro del genere? “Questo libro si basa su un principio molto semplice però essenziale per il mestiere del libraio”, risponde Montroni, “ovvero il principio del suggerimento: con questo volume è come se avessi raccolto una enorme rubrica di suggerimenti da parte di chi scrive verso chi ama leggere, e tanto è vero che ultimamente anche sui quotidiani sono iniziate a fioccare le rubriche dei suggerimenti di lettura da parte degli scrittori! Ho scelto di comporre questo libro perché chi sta in libreria sa che i suggerimenti di lettura degli autori sono uno dei migliori conduttori di interesse verso un libro, e come libraio, sono uno che ama consigliare”. Il libraio dunque è uno che ama consigliare: sono parole molto affini a quelle che negli ultimi giorni abbiamo sentito pronunciare anche a Rita Addeo della Libreria Croci di Varese e a Marino Buzzi, intervistati entrambi da Bibliocartina. Un tratto comune, dunque, anche fra generazioni differenti di librai, e fra librai di genere ed esperienza diversi. 

Ma consigliare chi? Chiediamo: questo è un libro per lettori forti, o per convincere i non-lettori del fatto che i libri ti cambiano la vita? Perché nel secondo caso, non sarebbe stato meglio, per convincere ad entrare in libreria, mettere Totti o Maria De Filippi in un cartellone con i consigli di lettura, invece che puntare su personaggi noti ma non amatissimi? “Lei ha ragione sul fatto che ci sono personaggi televisivi che di primo acchito, per alcune fasce di popolazione, possono rappresentare un’attrattiva maggiore. Ma quello che ci interessava era soprattutto far conoscere al grande pubblico anche televisivo come avvengono, nella vita delle persone, incontri con libri che cambiano per sempre il corso della nostra esistenza, e non mi riferisco all’esistenza di autore letterario, ma all’esistenza tout court. Così è stato ad esempio, per Vito Mancuso, che ci ha raccontato del suo incontro con la Bibbia avvenuto a 16 anni, o per Andrea Molesini (il vincitore del Premio Campiello 2011 con “Non tutti i bastardi sono di Vienna“), che narra di come l’incontro con il libro della sua vita, l’Odissea, sia avvenuto per bocca di un pescatore analfabeta che la recitava a memoria.”

Storia insomma che possono accattivare quella fascia non poi così esigua di lettori che non disprezzano i libri ma che hanno bisogno di ricevere uno stimolo alla lettura, ad esempio quell’1,5 della popolazione che secondo le ricerche Istat, leggeva in passato ma che nel 2011 non ha aperto neanche un libro. Quella fascia di persone che non hanno un rapporto assiduo con la letteratura ma che non sono del tutto disinteressate ad essa, persone che seguono le trasmissioni della Dandini, o che apprezzano Corrado Augias o che magari non hanno mai letto un romanzo di Andrea Camilleri però sono incuriosite dal personaggio, o ad esempio persone che ascoltano e hanno amato Lucio Dalla, che pure ha contribuito al libro prima di venire a mancare. Insomma, quello di Romano Montroni è un modo delicato per frugare nelle vite di persone conosciute e stimate, costruendo in maniera indiretta dei consigli di lettura che possano stimolare sia i lettori più forti sia quelli più occasionali.

E i non-lettori? In Italia sono più della metà della popolazione, è la percentuale più alta in Europa. Che ne facciamo? “Probabilmente”, riflette Montroni, “se anche ci fosse stato Totti sulla copertina del libro si sarebbero fermati un minuto davanti alla vetrina, e poi sarebbero passati oltre”. Continua nella seconda parte.