Lavoratori precari dell'editoria

Precari: “L’editoria non è un mondo dorato; la retorica della gavetta spesso impedisce di ribellarsi”

Scritto da Redazione on . Postato in Editori, In evidenza, In redazione, Lavoro, Penna e spada, Traduttori e traduzioni

Qualche giorno fa abbiamo rivolto a Re.re.Pre, la rete dei lavoratori precari dell’editoria libraria, una serie di domande per comprendere più a fondo il significato di “precariato” all’interno del mondo editoriale. Ecco oggi le loro risposte, pubblicate in due parti. Nei prossimi giorni Re.re.Pre incontrerà Stefano Boeri, assessore alla Cultura del comune di Milano, su proposta dell’assessore stesso.L’incontro sarà l’occasione per fare il punto sulla realtà dell’editoria attuale, della quale Boeri si era definito “orgoglioso” parlando dell’editoria milanese dopo il successo dell’evento di Bookcity. E Re.re.Pre gli ha risposto ricordando la realtà del precariato, qualcosa “di cui andare davvero poco orgogliosi”.

Domanda: Avete scritto una lettera all’assessore alla cultura Stefano Boeri, il quale lodava il successo di Bookcity e in particolare definiva l’editoria “uno degli orgogli di Milano”, ricordando all’assessore le condizioni di lavoro in cui versano i redattori che mantengono in vita il mondo editoriale. Potreste dare una rapida fotografia del fenomeno del precariato nell’editoria? Che percentuali, mole di lavoro, quante persone interessa all’incirca?

Risposta: Non esistono al momento attuale statistiche ufficiali e dati verificati in merito a questo problema. Le cifre che ci sono derivano dalle mappature che a volte i precari fanno di se stessi e sono dunque per forza di cose approssimative. Una delle ricerche più interessanti tuttora in corso è certamente “Editoria Invisibile”, a cura dell’IRES (Istituto Ricerche Economiche e Sociali) Emilia Romagna, con la collaborazione di Re.Re.Pre., STRADE (Sindacato Traduttori Editoriali) e SLC Cgil. Finora hanno risposto più di mille persone (di cui il 74% donne, ndr) un risultato senz’altro significativo dal punto di vista numerico.
Tuttavia, da un punto di vista non statistico bensì umano, vale ciò che uno vede coi propri occhi quando si reca al lavoro in casa editrice: il fenomeno dei precari che lavorano all’interno dell’editrice non scende, di solito, sotto il 40% della forza lavoro. Senza contare i cosiddetti “esternalizzati”, ovvero agenzie o lavoratori freelance che in casa editrice nemmeno ci vengono, pur svolgendo compiti spesso cruciali per la creazione del libro.

D: Che mansioni svolge un redattore all’interno di una casa editrice e in quali condizioni si può definire, a vostro parere, “precaria” la condizione di lavoro di un redattore all’interno di una casa editrice?

R: La figura del “redattore” viene spesso erroneamente confusa con quella del correttore di bozze, cioè di chi esercita una correzione puramente grammaticale del testo andando a caccia di refusi ed errori linguistici. Il redattore in realtà è una figura molto più complessa, le cui mansioni possono variare da casa editrice a casa editrice, in base all’organizzazione interna all’azienda; in generale si può definire “redattore”, o in inglese “editor”, quella persona che rivede il libro – da un punto di vista stilistico, semantico, artistico o scientifico – prima che arrivi alla stampa, che ne presiede tutte le fasi del ciclo di produzione coordinandosi con i grafici editoriali, con l’Ufficio Stampa, con i tipografi ecc. E sono tutti questi ruoli, vorremmo precisare, che si stanno rapidamente “precarizzando” nell’ambito del lavoro editoriale, tanto che Re.Re.Pre. è una rete di “precari del libro”, non soltanto redattori, a 360°. Da un punto di vista strettamente professionale, dunque, si può definire senz’altro “precaria” la condizione di svolgimento di ciascuna mansione, in modo sempre più separato dalle altre e scarsamente o per nulla comunicante con le altre, e questo in primo luogo a causa delle esternalizzazioni di cui sopra, cioè del fatto che ogni pezzo della fattura del libro viene affidato a qualcuno esterno alla casa editrice, col risultato che l’armonia finale dell’opera ne risente spesso e volentieri.
Da un punto di vista contrattuale, invece, “precario” è colui/colei che lavora con contratti rinnovati ogni tre, quattro, cinque mesi, non più di un anno in genere. Spesso, e questo non avviene certo solo nel mondo dell’editoria, il rinnovo del contratto viene comunicato il giorno prima della scadenza, creando un patema d’animo che è probabilmente la metafora stessa della precarietà: letteralmente, non sapere che ne sarà di te domani. E poi ci sono le finte Partite IVA, quelle che lavorano in realtà per un solo committente e ad orari fissi ma che agli occhi della legge appaiono come “lavoratori autonomi”, e ci sono i Co.co.pro costretti ad orari e vincoli aziendali esattamente come un dipendente fisso, e così via. E ci sono gli stagisti, i quali non vengono usati, bensì abusati, sempre più spesso per tappare i buchi che si vengono a creare e magari dovuti alle maternità, malattie o aspettative dei pochi dipendenti con contratto regolare. Altro che formazione…

D: Quanto è costitutivo, o quanto invece collaterale, il fenomeno del precariato e lo sfruttamento lavorativo all’interno del sistema editoriale italiano a vostro parere? È sempre esistito, e se no, quando ha iniziato a sorgere?

R: Le cifre, quelle umane che ci passano davanti agli occhi come si diceva prima, ci dicono senz’altro che il fenomeno è costitutivo del sistema, ed è dettato da una sola esigenza: abbattere i costi. Sembra sia l’unica priorità per gli editori da quando si parla di crisi; quanto questa sia poi la ricetta per una soluzione, è tutto da dimostrare. Da un punto di vista organizzativo, il fenomeno è sorto gradualmente, cominciando con le esternalizzazioni. Ci sono alcune figure che oggi sono del tutto sparite dagli organigrammi delle case editrici, e che un tempo invece ne erano quasi il simbolo. Pensiamo ad esempio ai correttori di bozze, oggi il correttore di bozze assunto è una vera e propria mosca bianca. Ma leggendo le vicende degli editori del passato sembra che ci fosse un tempo in cui persino i traduttori lavoravano talvolta all’interno delle case editrici. Oggi non ce n’è più neanche uno.
Le leggi compiacenti, poi, in vigore da circa dieci anni a questa parte hanno consentito agli editori di scaricare i costi del lavoro continuando, in qualche modo a esercitare un controllo su di esso, per quanto ovviamente il polso sulla qualità del lavoro da parte dell’editore, in condizioni di precariato, non può che essere precario anch’esso, a tutto svantaggio della qualità. Certo una cosa è vera: se il costo del lavoro fosse inferiore, probabilmente questo rappresenterebbe un incentivo all’assunzione per tanti editori. La possibilità dell’esternalizzazione in assenza, di contro, di un corretto mercato del lavoro autonomo permette invece di ricevere il lavoro e di posticipare i pagamenti a tempo debito, quando si sarà fatta la cassa sufficiente. Ne consegue che lo stesso lavoro indipendente o freelance, di per sé non necessariamente equivalente a una condizione precaria, diventa anch’esso precario, se non sai quando sarai pagato e se i contratti diventano carta straccia.

D: Quali sono le ragioni per cui spesso i redattori precari non riescono a ribellarsi e a “dire di no” ma continuano per anni a sottostare a condizioni che, da quanto hai fin qui descritto, sono per loro motivo di sofferenza?

R: Purtroppo l’aura del mondo dorato dell’editoria, questa finta idea di prestigio che avviluppa l’ambiente, sono condizionamenti di tipo culturale che interessano tantissime persone, nonostante la realtà sia tutt’altro che dorata e prestigiosa. Sia l’ambizione, sia questa idea romantica della gavetta – alla fine della quale, dicono le favole, per i migliori e solo per i migliori si profila il successo – e quindi di contro, l’aspirazione a voler dimostrare di essere appunto fra i migliori, sono tutti aspetti che in qualche modo inducono a resistere, a proseguire su questa strada nonostante i patimenti e le frustrazioni. Ma l’imbuto è sempre più stretto rispetto al passato, “uno su mille ce la fa” e quando le illusioni si spezzano sono dolori. Insieme a tutto questo, tuttavia, c’è anche il fatto che i mestieri del libro sono belli, soddisfacenti per chi ama il suo lavoro, e l’amore per il proprio lavoro spinge esso stesso a non mollare, anche se le condizioni sono così difficili.

Un altro aspetto che in qualche modo si lega agli altri è che arrivare ad un livello di autocoscienza tale per cui ci si riconosce come “precari” è tutt’altro che scontato. Fino a non molto tempo fa, e forse tuttora, moltissimi lavoratori di questo settore storcevano proprio il naso e non accettavano di definirsi tali. Perché in questa definizione ci passa tutta la differenza tra lavoro figo e lavoro sfigato, non so se mi spiego.

(continua)

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