pazzi scatenati

“Pazzi scatenati” di Federico di Vita: anche in editoria quando non si hanno più idee, si passa al porno.

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Il libro di Federico di Vita “Pazzi scatenati – Usi e abusi dell’editoria” edito da TIC Edizioni nel 2012 è un libro disturbante, dentro e fuori. Perfetto, dunque, per certi versi. Perfezionabile, per altri. L’autore, romano classe 1982 oggi a Firenze, è uno dei tanti facchini dell’editoria che hanno provato a entrare in questo mondo, sono riusciti più che altro a gironzolarci attorno per un po’ in qualità di ultima ruota di un carro in loop. Diversamente da tante altre ultime ruote del carro, tuttavia, Di Vita ha il pregio di un sano senso di sé e della realtà, dell’autoironia disincantata, non cinica, che lo salva da un atteggiamento rivendicativo o frustrato nei confronti di un mondo che pure, in questo libro, demolisce analiticamente e senza lasciare grossi margini di speranza. Soprattutto, di Vita ha un talento da scrittore niente male, e se forse inizialmente si guarda un po’ di traverso con il suo lettore, un po’ per insicurezza un po’ per diffidenza, nel corso della narrazione ci fa più amicizia e prende confidenza, guidando chi legge in un viaggio nella perversione del sistema editoria dal quale si esce con le più chiare.

Federico di Vita, autore di Pazzi scatenati

Federico di Vita, autore di Pazzi scatenati

Il libro non segue un andamento lineare, è un’inchiesta sullo stato dell’editoria piuttosto aggiornata anche dal punto di vista statistico (la maggior parte dei dati è del 2012) e ricca di interviste ai protagonisti dei diversi settori della filiera: editori, tipografi, distributori, promotori editoriali, redattori, librai; figure in alcuni casi misteriose e in altri inquietanti, ma di Vita è molto capace di tirare fuori succo interessante dai loro racconti, componendo un quadro, surreale perché autentico, di un mestiere – quello del fare libri – che pagina dopo pagina appare sempre più alla deriva. L’apoteosi, la dimostrazione perfetta di questa deriva, che forse magicamente è anche l’indicazione della strada maestra da seguire per ritrovare la navigazione, è nel capitolo principe del sotto-libro di cui è inframmezzato il libro principale, e dedicato al racconto del redattore precario (alias Agente segreto Vero Almont, inviato della CIA nell’incomprensibile mondo dell’editoria italiana) in missione con l’amico Juan Topuzzi (sbagliato! si chiama Shlomo, ndr) presso la realmente esistente Fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” di Roma, edizione 2010. L’esilarante viaggio dei due fra i titoli esposti negli stand della Fiera (impossibile elencarli qui, metterne uno sarebbe fare torto a un altro) causerà, se vi trovate in pubblico, risate talmente fragorose che abbinate all’inguardabile copertina del libro, che vedete in foto, potrebbero procurare non pochi imbarazzi e problemi al lettore. Ma è stato proprio in questo capitolo che finalmente, l’odiata e fino a quel momento incompresa copertina ha trovato in chi vi scrive un suo senso: i contenuti dell’industria editoriale italiana, ciò di cui si parla, il motivo fondamentale per cui si leggono libri, sono talmente ripetitivi, autocentrati, banali, assurdi, poveri, sono talmente tanto lo specchio della miseria culturale in cui è precipitato questo paese, che ormai si può parlare solo di pornografia, il grado zero della fantasia nell’industria del piacere, l’immagine meccanica del sesso, un cilindro che fa su e giù dentro un buco e questo è tutto. L’editoria italiana sta morendo di accumulo pornografico di libri usa e getta, di prodotti da consumo e da bidone. Non necessariamente perché fatti male ma perché tutti uguali, tutti fermi, tutti ripetizione gli uni degli altri, nei contenuti, nei titoli, nelle copertine, nelle tempistiche, in tutto. Dov’è la creatività, la fantasia, la ricerca, dov’è lo stimolo, la curiosità? Non è vero che manca ovunque, ci sono editori che sanno fare effettivamente il loro mestiere, e le interviste pubblicate a molti di loro nel libro sono di grande interesse. Ma fa benissimo di Vita a puntare lo sguardo sull’editoria come ecosistema, come settore nel suo insieme, e il settore è veramente troppo pieno di editori (e attorno a loro professionisti di ogni tipo) che di libri tirano a campare, sì, ma non ci campano e se ci campano, non è un bel vivere. Editori che se hanno creatività non hanno soldi, se hanno soldi non hanno spirito né preparazione imprenditoriale, se hanno spirito o preparazione imprenditoriale, comunque non la usano per valorizzare la professionalità di chi collabora con loro. I professionisti del ‘ma chi te lo fa fare’, e i libri del ‘ma chi te lo fa fare’ (per un motivo o per un altro) sono decisamente troppi e stanno facendo male a tutto il settore, e in primis ai lettori invasi dalla pornografia libresca, da titoli indistinguibili l’uno dall’altro, indigesti a guardarli, tutti insieme (alzi la mano chi non ha provato negli ultimi anni almeno una volta un senso di nausea, trascorrendo troppo tempo in una grossa libreria). L’editoria attuale sta morendo di questo: di logica pornografica. Forse allora, viene da pensare: potrà salvarla l’erotismo? Non certo come ultimo genere letterario da spolpare, ma forse sì, come orientamento dei sensi e delle facoltà nella ricerca del piacere che la lettura può dare. Piacere che come tutti i piaceri, quando si fa eccessivo può ingenerare nausea.

Sul resto: per conoscere dati, considerazioni, parole, nomi, giudizi, il consiglio per chi non l’abbia già fatto è di leggere il libro. Confusionario anche in certi casi, in altri forse ammiccante per timidezza, ma poi però pungente. Un’opera interessante e molto utile nel complesso, e peraltro perfettamente redatta (non abbiamo trovato neanche un mezzo refuso) alla quale ci sentiamo di offrire una serie di considerazioni finali che più che critiche, sono forse consigli per una eventuale terza edizione del libro (che auspichiamo, possibilmente con la stessa casa editrice, anche perché tutti gli accenni a prima edizione con una, e seconda edizione con l’altra, non sono chiarissimi e ogni tanto ingenerano un po’ di confusione nel lettore). Speriamo siano graditi. Sulla copertina e quarta di copertina ecc.: una volta compreso il senso, come dicevamo più su (o almeno ci auguriamo di averlo compreso), una foto di quel tenore può andar bene, ma tante immagini risultano un po’ disturbanti, o almeno lo sono risultate, all’0cchio della sottoscritta (che più di una volta s’è trovata a dover nascondere la copertina sotto magliette, quaderni ecc. per evitare di dare spiegazioni). Certo dipende dal lettore, però in parte, almeno finché non si fa amicizia con l’autore e la sua scrittura non ci prende – come dicevamo sempre più su – questa copertina non crea certo un moto d’attrazione verso il libro, neanche quando lo si ha già in casa. Il sotto-libro di Vero Almont e il libro, frammentati, ci mettono un po’ a entrare con fluidità nella testa di chi legge. Probabilmente riunirli, e dedicare metà libro all’inchiesta e metà alla narrazione sarebbe stata una scelta più felice, anche per rendere più giustizia alle evidenti qualità autoriali di Federico di Vita. Infine, ci auguriamo che l’autore scriva presto un seguito di questa inchiesta per addentrarsi nell’anello più fragile della catena: gli autori. Perché se è vero che gli editori la pubblicano, è pure vero che c’è chi la spazzatura la scrive, la inventa, e sono sempre di più. Forse è davvero arrivato il momento di chiedere loro: “perché lo fai?”.

Note sul libro e sulla recensione: Con questa recensione inauguriamo una nuova rubrica di Bibliocartina intitolata “Libri su libri”: recensiremo, in modo del tutto aperiodico e casuale, libri di ogni genere che trattino a loro volta di libri, secondo nostra preferenza. Ne abbiamo già da smaltire tantissimi, ma se ci sono editori o autori interessati a farcene recensire altri, possono contattarci all’indirizzo della redazione. Il libro qui recensito ci è stato inviato diversi mesi fa dalla casa editrice, affinché ne potessimo scrivere. Alcuni ultimamente si sono posti la domanda se la pratica di ricevere i libri dagli editori sia corretta o meno. Bibliocartina la ritiene ineccepibile in quanto tale: non è il fatto di ricevere gratis un libro che condiziona la recensione, casomai lo è l’indipendenza di pensiero e l’onestà intellettuale di chi scrive. In questo caso specifico ci sentiamo anzi in dovere di scusarci con l’editore e con l’autore, perché abbiamo impiegato un tempo molto superiore al previsto per leggere il libro (e non solo a causa della copertina!).

“Pazzi scatenati: usi e abusi dell’editoria”, di Federico Di Vita, TIC Edizioni Roma 2012, prezzo 14 euro. Consigliato: sì. Per acquistarlo tramite la casa editrice andate qui. Se desiderate comprarlo tramite Amazon, facendolo a questo link sostenete anche Bibliocartina che per ora ottiene ricavi solo attraverso l’affiliazione ad Amazon.

Recensione di: Federica D’Alessio

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Commenti (3)

  • Federico di Vita

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    Intanto grazie.

    Commento per rispondere ai consigli per la nuova edizione che chiudono l’articolo. Non lo farei per la recensione in sé, tutti i pareri sono legittimi (figuriamoci quelli così bene argomentati).

    Ti confesso di sperare anche io in una nuova edizione, e spero che esca con Tic, l’attuale editore di «Pazzi scatenati», un micro-editore che crede nei pochissimi libri che fa e con cui mi trovo bene. Naturalmente la terza edizione si farà una volta esaurita la seconda, cosa che al momento non è ancora successa (ma chissà…).

    Gli accenni all’oscillare delle edizioni però rimarrebbero anche in una eventuale terza, e pure nelle successive. Per prima cosa perché «Pazzi scatenati» è cambiato molto tra la prima e la seconda uscita, e poi perché trovo che sia un dato interessante nella vicenda di un libro come questo – che ha suscitato un certo tipo di interesse e di reazioni – l’essere stato pubblicato prima da un piccolo editore (effequ) e poi, nemmeno 12 mesi dopo, molto aggiornato, da un altro, ancora più piccolo (Tic), senza smettere di suscitare curiosità per lo meno nella variegata e vasta combriccola di braccianti che si aggirano per le fiere editoriali dello stivale. Trovo giusto in un libro che parla del mondo editoriale rendere conto, diciamo così, “meta-edizionalmente”, delle vicende di pubblicazione: perché anche queste a loro modo forniscono un’immagine di come questo mondo può girare e di quanto singolare sia il caso di questo libro: un altro titolo uscito in così poco tempo per due sigle così piccole non mi viene in mente, pertanto trovo corretto farne menzione.

    Per la copertina: sono d’accordo con te, una eventuale terza edizione ne avrebbe una diversa, più misurata. Volevamo provocare, disturbare e attirare l’attenzione sulle dinamiche di un segmento commerciale a nostro avviso poco note al grande pubblico e sorprendenti – penso che l’obiettivo sia stato raggiunto e in più lo sfizio, con questa, ce lo siamo tolti.

    Poi, infine, il consiglio sullo smontare l’architettura del libro. A questo rispondo, mah. È proprio il tipo di indacazione che mi lascia un po’ sbalordito – certo non solo quando è rivolta a me – voglio dire, se l’autore pensa il libro in un certo modo c’è un motivo, o una serie di motivi, e il meccanismo del libro restituisce un mondo e un percorso per attraversarlo, ed è il suo compito. È ovvio che sarebbe stato più semplice accorpare le parti di Vero Almont e i capitoli di inchiesta, ma se non l’ho fatto è perché volevo che montasse all’unisono una visione complessa e articolata di un certo universo, ed è proprio perché questo non è uno di quei libri prodotti in serie di cui parli nella recensione che è richiesta una certa dose di collaborazione da parte del lettore.

    (Infine una nota, anzi due: è con Shlomo – non con Juan Topuzzi – che Vero Almont se ne va in giro per Plpl! E poi: ma perché quella mia foto?! :) )

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    • Redazione

      |

      Hai ragione, era Shlomo! Chiedo venia, mi sono confusa. Quanto alla foto: perché è molto bella :-) Grazie per aver risposto ai consigli. Certo mi rendo conto che l’architettura del libro è assolutamente parte integrante del libro stesso, però mi sono ritrovata a pensarlo leggendolo, dunque mi sembrava giusto anche esprimerlo. Auspichiamo tutti allora una terza edizione che sia possibile portarsi anche in giro ;-)
      FDA

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