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London Book Fair, Lorenzon (AIE) “Buoni prodotti, uso sapiente delle tecnologie, risorse pubbliche verificate: così si promuovono lettura e cultura in Italia”

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Londra, dalla nostra inviata – Presso lo stand italiano alla London Book Fair abbiamo intervistato Alfieri Lorenzon, direttore dell’AIE (Associazione Italiana Editori) per capire meglio a che cosa è utile, per gli editori italiani, una fiera come quella di Londra. “Le fiere come questa servono a due cose: a rafforzare rapporti e relazioni, finalizzate alla cooperazione futura, e a provare a captare novità e tendenze”, ha spiegato Lorenzon. Qui si vede ciò che gran parte del mondo ha in cantiere; soprattutto quello occidentale, ma con una grande attenzione ai nuovi mondi che emergono (la Turchia è paese ospite quest’anno ma la cura espositiva degli stand dell’Oman, della Romania, della Cina ospite d’onore lo scorso anno, suggeriscono l’importanza che la vetrina londinese ha per questi paesi). Dal punto di vista dei generi è una fiera ottima per la parte scientifica, discreta per quella ragazzi, meno ricca di altre sulla narrativa. L’altro aspetto importante che rende la Fiera di Londra sempre più attraente è il momento dell’anno in cui si svolge”, spiega Lorenzon. “Specie per i libri visual, che escono in co-edizione internazionale, chiudere contratti ad aprile significa essere pronti per uscire a Natale, nel momento dell’anno in cui si realizzano le maggiori vendite”. Gli editori italiani che hanno scelto di esporre a Londra, all’interno dello stand Italia o per conto proprio, sono relativamente pochi (tra i più importanti Giunti, De Agostini, Donzelli), altri hanno una propria scrivania all’International Rights Centre (Einaudi, Mondadori, il Gruppo Mauri Spagnol), ma a passeggio “sono presenti tutti, e tutti hanno interesse ad esserci, specie chi ha capito che non ha senso opporsi al nuovo, ma conviene aprire gli occhi anche sulle possibilità offerte dalle nuove tecnologie”. In effetti un’intera parte della Fiera è dedicata ai nuovi sistemi tecnologici per l’editoria, non solo eBook e non solo eReader. “Si tratta di un mondo destinato a crescere, ma sono fermamente convinto che non soppianterà mai il libro di carta. Non dimentichiamoci che la carta stessa è una tecnologia, caratterizzata da una longevità superiore a quella di qualunque device multimediale odierno. Il libro, come sostiene Umberto Eco, è davvero “un prodotto perfetto”, e questo non vuol dire affatto essere conservativi o restii alle novità, tutt’altro: significa avere la consapevolezza che quella tra eBook e libro non è una guerra, ma una convivenza che inizia.” Per Lorenzon l’AIE, in quanto associazione di editori, “si sta dimostrando molto aperta alle novità tecnologiche, forse è l’associazione di editori più sensibile alle innovazioni tecnologiche in tutta Europa, tanto che siamo a capo di vari progetti ordinati dalla Commissione Europea: uno fra tutti il progetto Arrow sulla gestione dei diritti per le opere digitali, o il progetto “Libro italiano accessibile” commissionato dal Ministero dei beni culturali che renderà entro i prossimi 4 mesi disponibili ai non vedenti più di 3000 titoli su una piattaforma dedicata”. Un’associazione dunque tutt’altro che di retroguardia per quanto riguarda l’innovazione digitale, e sul fronte commerciale “impegnata a fare il meno peggio possibile, perché di meglio forse non si può parlare, vista la difficile situazione che viviamo. Abbiamo bisogno di sostenere alcuni diritti fondamentali degli editori di fronte alla politica, per esempio esigere un abbassamento dell’IVA sull’eBook, e soprattutto di esigere una maggiore attenzione all’importanza della cultura tout court in questo paese”. Per Lorenzon “l’Italia è un paese da sempre avanti, sul piano culturale e persino tecnologico, checché se ne dica. Se però non si dedicano le giuste risorse e la giusta attenzione a verificare l’utilizzo delle stesse, è molto difficile uscire da questa congiuntura. In Gran Bretagna il governo ha destinato 50 milioni di euro a un progetto che favorisse la lettura. Di queste cose abbiamo bisogno anche in Italia, perché il nostro compito principale è proprio quello di allargare la base culturale, allargare il numero dei lettori, senza cadere, di nuovo, in posizioni ideologiche aprioristiche. Ad esempio è senz’altro vero che occorre ricominciare dai giovani, educare e abituare al piacere della lettura fin da piccolissimi, perché una volta acquisito questo gusto, non lo si perde più. Ma sfatiamo ad esempio il luogo comune secondo cui è il consumo multimediale a distrarre sempre di più i giovani dalla lettura. I nostri studi sui consumi digitali dimostrano che fra i giovani c’è un’ampia fascia (circa il 35%) che fa un uso maturo, nel senso di consapevole e assennato della tecnologia. Questa fascia di giovani fruisce del 70% in più di cultura dei propri coetanei. Il vero problema, casomai, sono dunque quei giovani che consumano tecnologia in modo compulsivo e bulimico, cambiando un cellulare ogni due mesi per esempio”. Per il direttore AIE dunque “la tecnologia è un falso problema: bisogna saperla usare, comporre, combinare. Ma bisogna anche saper dare il giusto prodotto al giusto pubblico. Spieghiamoci come mai milioni e milioni di giovani hanno letto Harry Potter. Ciò di cui abbiamo bisogno, in Italia oggi, è una combinazione di creatività, innovazione, serietà e visione politica strategica: tutti elementi indispensabili a realizzare un’opera maieutica, per tirare fuori il genio che è in noi e rendere questo un paese nuovamente competitivo sul mercato internazionale”.

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