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“Editoria invisibile”: vivere per lavorare nell’editoria. A qualunque costo? (Parte I)

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Lavorare (nell’editoria) per vivere, o vivere per lavorare (nell’editoria)? La domanda la giriamo direttamente ai lavoratori che ci leggono, alle cui condizioni lavorative è dedicata l’inchiesta “Editoria invisibile” presentata ieri a Milano dall’istituto di ricerca IRES – Emilia Romagna e dal sindacato SLC – CGIL di Milano, con interventi anche dei redattori precari di Re.re.pre, dei traduttori di STRA.DE e della segretaria generale della CGIL Susanna Camusso. L’inchiesta è stata condotta su un campione volontario di 1.073 persone che hanno risposto in forma anonima a un questionario stilato dall’IRES. “Non è facile stimare l’incidenza di questo numero rispetto all’intero universo dei lavoratori del settore perché al momento attuale dal punto di vista della fotografia sociale, quest’universo non esiste” ha dichiarato a Bibliocartina Carlo Fontani, uno dei ricercatori impegnati nel progetto. “Anche per questo la chiamiamo editoria invisibile, si tratta di farla emergere, di capire quante e quali sono davvero le persone che lavorano nel settore. Da questo punto di vista il risultato iniziale di 1.073 partecipanti al questionario è molto positivo”. Più avanti nel report si parla, tuttavia, di circa 36mila persone impiegate nell’editoria in Italia in base ai risultati delle indagini ISTAT e della Commissione Europea. Il questionario rappresenta dunque una “punta dell’iceberg” come si legge nel report del mondo dei lavoratori del settore, e corrisponde per lo più a quella minoranza che inizia a costituire una rete di comunicazione più quotidiana tramite l’utilizzo dei social network online, mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori del mondo editoriale è fuori dai circuiti di connessione virtuali e più addentro a quelli locali o accademici-universitari. A quanto risulta dal report, il questionario non è stato pubblicizzato tramite depliant cartacei lasciati nelle biblioteche, nelle Università o nelle librerie.

precari2Persone che vivono per lavorare – Alcuni dati che emergono dal campione di chi ha risposto al questionario sono degni di uno sguardo non superficiale. Da un punto di vista geografico coloro che hanno risposto al questionario vivono a Milano (37,9% del campione), Roma, Bologna (dove si trova l’IRES che lo ha redatto), e in percentuale di gran lunga inferiore in altre grandi città o piccole province dell’intero stivale. Si parla di una forza-lavoro innanzitutto femminile (il 73,9% dei lavoratori intervistati) e laureata nell’ 87,5% dei casi. Numeri enormemente sbilanciati rispetto a quelli del panorama lavorativo italiano generale in cui le donne rappresentano il 41% della forza-lavoro e i laureati appena il 18,7%. Si tratta, tuttavia, di lavoratori (tanto gli uomini quanto le donne) nella stragrande maggioranza dei casi di età compresa fra i 25 e i 39 anni, non sposati nel 60% dei casi, e senza figli nel 75% dei casi. Persone che lavorano più di 40 ore la settimana e che dedicano zero o quasi tempo ad attività di carattere sociale: solo Persone, insomma, che sostanzialmente vivono per lavorare, ma non per questo dal lavoro riescono a trarre soddisfazione. L’affermazione è perentoria perché lo sono i dati: il 55,7% del campione percepisce un reddito inferiore ai 15mila euro annui lordi. Il 14,3% guadagna dal lavoro editoriale meno di 5mila euro annui. Solo l’8% del campione dichiara un reddito lordo annuale superiore ai 30mila euro annui: nella maggior parte dei casi si tratta di persone con un ruolo definito e di responsabilità (direttori editoriali, direttori di collana, uffici stampa o ruoli commerciali), e che lavorano per un solo committente, appena in pochissimi casi con un contratto di lavoro dipendente (solo il 7,7% del campione è in possesso di un contratto di lavoro dipendente). E nonostante la stragrande maggioranza dei lavoratori del settore sia donna, anche in questo campo gli uomini guadagnano mediamente di più e sono più numerosi man mano che la fascia di reddito sale. Così come sono i lavoratori più giovani, sotto i 35 anni, i più presenti nelle fasce di reddito basse. Non parliamo poi della soddisfazione percepita: solo il 4,9% del campione dichiara di sentire che il proprio lavoro è apprezzato nella società civile. Questo mentre in grado 6,6 (da 1 a 10) il campione intervistato dichiara che il lavoro ha influito sulla scelta di non avere figli.

Un percorso del tutto individualista “per inseguire un sogno” che non si realizza – Condizioni lavorative dunque tutt’altro che soddisfacenti, e tuttavia sopportate, anche quando si svolgono nella palese illegalità, nella maggior parte dei casi fino ai 40 anni circa; l’età in cui, come evidenzia il rapporto, si raggiunge la ‘soglia critica’ di consapevolezza dell’impossibilità di vivere dignitosamente di lavoro editoriale e si cerca di affiancare questo lavoro con altri. Il profilo del lavoratore nell’editoria è dunque, per quanto emerge dal rapporto, quello di una persona altamente istruita, formata tramite l’Università ma che spesso ha investito direttamente sulla propria formazione anche in seguito (con master, corsi ecc.), ambiziosa dal punto di vista lavorativo e interessata alla carriera più che alla famiglia e molto più che all’impegno sociale o sindacale. Questi due elementi uno affiancato all’altro dicono delle cose: la scarsità di propensione all’impegno sociale e di contro la quantità di ore che si dedicano al lavoro tratteggiano il profilo di una persona per lo più individualista, che costruisce poco o niente rete con gli altri lavoratori e in generale con le altre persone, e questo nonostante il campione intervistato sia nella maggior parte dei casi collegato ad alcune esperienze collettive importanti come la Rete dei Redattori precari o il sindacato dei traduttori editoriali STRA.DE. Immaginiamo come vive, o come pensa, chi non è neanche addentro a queste reti. Allo stesso modo, l’interesse per la formazione personale è enormemente superiore a quello per il volontariato, visto che si impegna “abbastanza” in quest’ultimo il 4,7% del campione (il 29,2% si impegna “nulla”), mentre si impegna abbastanza nella formazione il 20,2% del campione (e “nulla” nella formazione solo l’11%).

L’individualismo sostanziale delle motivazioni che portano a scegliere di lavorare in editoria si evince in parte anche dai commenti di alcuni intervistati, ma soprattutto dall’atteggiamento nei confronti del lavoro espresso dal campione, secondo il quale in scala da 1 a 10 il proprio lavoro è “un modo per essere socialmente utile” in grado di 5,5, mentre è in grado di 7,37 un “mezzo per realizzare me stesso”. Interessante anche la contraddizione stridente tra il fatto che si ritenga il proprio lavoro “una necessità economica” in scala 7,7, ma “adeguato per condurre una vita dignitosa” in scala 3,47. Le aspirazioni sono dunque in larga parte frustrate, tanto da un punto di vista sociale quanto economico: “per inseguire un sogno” dice un’intervistata “i precari dell’editoria sono spesso costretti ad accettare condizioni inaccettabili”. Costretti? Per inseguire un sogno? Se un sogno comporta il sacrificio della propria serenità e dignità e vita fuori dal lavoro, forse ci si dovrebbe chiedere, per citare impropriamente Shakespeare: di quale sostanza sono fatti questi sogni? (continua)

Qui la seconda parte dello speciale su “Editoria invisibile”: http://www.bibliocartina.it/editoria-invisibile-di-ccnl-sindacati-cooperazione-e-responsabilita-parte-ii/

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