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“Contro il colonialismo digitale”, dibattito (deludente) a Torino. Non leggiamo più perché siamo troppo distratti (Parte I)

Scritto da Redazione on . Postato in Autori, Editori, eReader, Eventi, Fiere e rassegne, Formazione, In evidenza, Libri, News, Tecnologie

Dal Salone del Libro di Torino – Il dibattito sul volume “Contro il colonialismo digitale – Istruzioni per continuare a leggere”, scritto per Laterza dallo studioso Roberto Casati, poteva essere finalmente una grande occasione per fare chiarezza su un tema così delicato e controverso come il passaggio dalla lettura su carta a quella su strumenti digitali. Invece è stata, purtroppo, una grande occasione mancata, sicuramente in relazione alle aspettative. Tuttavia, a maggior ragione per come si è svolta la discussione a Torino, consigliamo vivamente la lettura del libro di Casati, al quale dedicheremo la seconda parte di questo mini-speciale (Se siete acquirenti abituali di Amazon potete comprarlo passando da qui). Si tratta infatti di un libro denso di intuizioni, quando non di riflessioni, molto interessanti sulle grandi trasformazioni in corso volute non da qualche umanista o illuminista per il bene dell’umanità bensì da ultra-egoiste multinazionali dell’elettronica tese al puro profitto, e su come si può scegliere di subirle – magari persino con entusiastica sottomissione, e non sarebbe certo la prima volta nella storia dell’umanità che le distopie si affermano nell’entusiasmo generale – o invece di viverle creativamente e intelligentemente, reinventando gli usi e i costumi, e non prendendo per buoni quelli che ci vengono proposti in chiave compulsiva.

Relatori di prestigio – L’occasione, dicevamo, è stata in gran parte mancata, non certo per scarso interesse da parte del pubblico: il dibattito si è infatti tenuto in una delle sale più capienti del Salone del Libro e neanche una sedia è rimasta libera. Sì invece per mancanza di tempo, per una cattivissima distribuzione dello stesso e per l’impossibilità, prevista fin dal principio, di porre domande e interrogativi dalla platea. Motivi che, messi insieme, hanno fatto sì che l’argomento venisse più svolazzato che affrontato, da parte di tutti e tre i relatori. Oltre all’autore Casati – oggi Direttore di Ricerca del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) parigino – moderati dall’editore Alessandro Laterza si sono infatti confrontate sul tema altre due figure di rilievo nel periplo accademico-divulgativo sull’argomento: Maurizio Ferraris, ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino, e Gino Roncaglia, docente di Informatica Umanistica all’Università della Tuscia. Sia Ferraris sia Roncaglia sono autori di libri sull’argomento del dibattito, Ferraris ha pubblicato “Anima e iPad“, uscito per Guanda nel 2011, mentre Roncaglia è autore per Laterza dell’apprezzato “La quarta rivoluzione – Sei lezioni sul futuro del libro“, un testo del 2010 che analizza i cambiamenti che il libro sta vivendo in questa fase di transizione dalla lettura su carta alla lettura su supporti elettronici digitali.

Un dibattito superficiale su un tema profondissimo – Nell’avviare il dibattito Laterza ha lasciato intendere che si sarebbe potuta scatenare una verace polemica tra posizioni radicalmente diverse. Ma non è andata così, e invero l’avremmo preferito. Le domande poste dal moderatore in apertura erano di grande importanza: in che misura cambiano l’apprendimento e la conoscenza con la lettura digitale? E che significa davvero ‘nativi digitali’? La prima ha ricevuto risposte parziali, la seconda nessuna. Roncaglia, primo a intervenire, si è soffermato su una delle tesi del libro, ovvero il carattere intrinsecamente ‘distrattivo’ dell’ambiente di lettura elettronico digitale dei tablet (chiamati da tutti ‘iPad’ nel corso dell’intero dibattito “per comodità”. Di chi? Di Apple di sicuro). La tesi di Casati sull’argomento è chiarissima, specie se si legge il libro: l’iPad è uno strumento di consumo ben più che di produzione culturale, appositamente pensato per incentivare un uso compulsivo, e all’interno del quale il libro non è altro che un’app fra le altre. Il libro è “un’insalata messa accanto a tante torte”, così l’ha definito Roncaglia, il quale ritiene che “se mettiamo l’insalata in una stanza separata dalla torta, il bambino andrà solo nella stanza della torta. Se mettiamo l’insalata nella stanza della torta, magari dopo essersi mangiato quattro torte forse mangerà anche un po’ d’insalata”. Ci sembra di poter sostenere senza risultare arroganti che l’esempio è pavlovianamente superficiale, o se preferite, superficialmente pavloviano. Non siamo tutti Pac-man alla ricerca del suo cibo, i libri non sono insalate, né le altre app torte. Ma anche altre due affermazioni di Roncaglia non ci hanno per niente convinto: la prima è che la lettura di un libro può essere facilmente distratta da altre applicazioni quali i videogiochi. Ci sembra piuttosto difficile intervallare la lettura di un libro con l’accesso continuo e compulsivo a un videogioco. Di solito un videogioco richiede addirittura una concentrazione superiore a quella della lettura di un libro, dunque il discorso si ribalta: chi, volendo dedicarsi a un videogioco, si farebbe mai distrarre dalla lettura di un libro? Sono due attività che per livello di concentrazione, si escludono abbastanza categoricamente l’una con l’altra da un punto di vista della fruizione simultanea. Altro discorso – che sarebbe stato invece il caso di affrontare, e tuttavia non è stato toccato neanche di striscio – è che sempre più persone, nel tempo libero, scelgano di dedicarsi ai videogiochi, o alla visione di film o serie TV sul proprio computer, invece che a leggere. In quel caso non è la natura distrattiva nel momento della fruizione, il problema. In quel caso c’è una vera e propria competizione tra prodotti culturali di tipo diverso, che richiedono certamente una soglia di concentrazione diversa, ma non solo: richiedono e costruiscono un ambiente di fruizione del tutto diverso, un ambiente di interazione sociale e interindividuale del tutto diverso. Il discorso dunque si amplia e si complica, certo non lo si poteva affrontare in meno di un’ora (né lo si può fare qui adesso) ma colpisce il fatto che sia stato scelto un esempio così poco appropriato. Quanti di voi lettori mentre vi trovate a tu per tu con un libro siete continuamente distratti da un videogioco, e quanti invece dal controllo compulsivo delle email, dei tweet o dei like su Facebook? L’interconnessione costante 2.0, questa sì che è veramente distraente dalla lettura, perché è distraente da qualsiasi tipo di concentrazione prolungata, a causa della sua natura sincopata e compulsiva. Riconoscendo che esiste questo problema, ci si sarebbe anche resi conto che la questione, lungi dal riguardare i cosiddetti ‘nativi digitali’ che non esistono da nessuna parte (fino a prova contraria non veniamo partoriti da un tablet) riguarda invece innanzitutto le generazioni più adulte, che hanno fra le altre cose molte meno risorse di tipo cognitivo. L’affermazione di Roncaglia – “noi che siamo in questa sala non abbiamo problemi di distrazioni, ma pensiamo alle giovani generazioni” – suonava allora quanto mai ironica e/o provocatoria, di fronte a una platea di età media in giacca e telefonino tutta intenta a twittare, fotografare e likare.

La crisi verticale della lettura, e conseguentemente anche del mercato dei libri, a nostro parere dipende in primo luogo da una crisi cognitiva gravissima che è di portata globale (nel mondo occidentale in primis, ma non solo): da una parte siamo sempre meno propensi alla lettura perché siamo appunto sempre più distratti da mille tipi di attività di tipo compulsivo, fra cui al primo posto e staccata di mille lunghezze c’è la connessione ai social network; 2) dall’altra perché siamo vittime di un’ipetrofia testuale priva di regole, in primo luogo grammaticali, che sta causando un violento analfabetismo di ritorno. Volendo fermarci ai soli libri, i titoli che si pubblicano sono cresciuti troppo in quantità e diminuiti troppo in qualità, o meglio: per trovare la perla in libreria, online o dal vivo che sia, bisogna frugare in un mare di spazzatura. Anche quest’ultima questione è distrattiva. Le librerie sono distrattive. Internet coi suoi mille banner e link e video ecc. ecc. è distrattiva. Come si fa a scegliere cosa leggere, dunque su cosa concentrarsi, se sei letteralmente bombardato da parole, immagini e colori che ti dicono tutto e non ti fanno capire niente? (continua)

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Commenti (10)

  • Alessandro

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    Un libro uscito qualche anno fa (http://www.codiceedizioni.it/libri/la-liberta-ritrovata/) affrontava lo stesso nodo che individui nel post. Uno dei principali problemi (o più laicamente “cambiamenti”) della lettura digitale è il suo dover competere con fonti di distrazione accattivanti, che fanno a gara nel sottrarre il bene più prezioso: la concentrazione.
    La metafora dell’insalata/libro e della torta/videogioco non è stata una scelta brillante, sia perché un po’ fuorviante, sia perché in realtà da parte di chat, mail, tweet, like etc etc c’è un richiamo attivo e non passivo. La macchina è multitasking, l’essere umano no. O non ancora?

    Sui nativi digitali più di una persona si sta costruendo una carriera. Che l’esistenza di questa generazione sia più che dubbia abbiamo avuto modo di occuparcene su equiLibridigitali, mettendo in discussione sia l’ideologia sia le basi neurologiche di questa categoria (i post si trovano qui: http://www.equilibridigitali.it/tag/editoria-scolastica/).

    Non ho capito molto il senso dell’ultimo paragrafo, quando parli di crisi cognitiva gravissima causata da scarsa propensione alla lettura & di ipertrofia testuale. Cioè: si legge di meno ma si scrive di più e peggio?

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    • Redazione

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      Grazie per l’articolato e polposo commento, Alessandro! Con l’ultimo paragrafo intendevamo dire che si leggono meno libri perché si legge troppo di tutto il resto, dai millemila articoli su giornali e blog, alle pubblicità, agli sms, ai fiumi di parole che scorrono sui social network. Siamo infestati dalle parole, in modo disordinato, parole molto spesso scritte malissimo e sgrammaticate, e anche per questo siamo continuamente distratti e leggiamo meno libri, meno saggi, meno ragionamenti approfonditi.

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  • Laura

    |

    Grazie per questa tua disamina dell’incontro che anche io ho trovato divergente rispetto all’argomento sul quale tutti ci aspettavamo se non rivelazioni, almeno risposte… Difficile se non ci sono domande!

    Il libro di Roberto Casati tocca la questione della lettura digitale declinandola anche sull’istruzione. Se provo ad applicare a questa il paragone culinario usato da Roncaglia rimango perplessa; come dici tu lo trovo pavloviano. La natura distraente del mezzo è chiara a tutti credo, ma avrei voluto risposte maggiori sui contenuti.
    L’apprendimento su device deve garantire, nel miglior modo possibile, contenuti non sgrammaticati – e funzionali. Alcuni studi sui non provati vantaggi dell’apprendimento 2.0 ho cercato di mostrarli in questo denso post di equiLibri digitali (http://www.equilibridigitali.it/scuola_digitale-sfida-per-un-apprendimento-migliore/).

    Correggimi se fraintendo, ma tu dici che il problema riguarda meno le nuove generazioni, quanto quelle più adulte, che hanno: “fra le altre cose, molte meno risorse di tipo cognitivo”. La neuroplasticità di un bambino ha un potenziale enorme perchè tutto è ancora da scoprire, infatti “si impara da quelli che sono stati gli stimoli esperenziali”. Ma serve una guida al percorso. Questo mi ricorda la competenza disciplinare che compare nei libri della scolastica: la formula coniata per il metodo di studio: Imparare a imparare. Mi sta anche un po’ in uggia e lo sento cacofonico, ma il senso è univoco: si devono offrire ai ragazzi le vie giuste per far proprio l’apprendimento, conoscere, appassionarsi e scegliere. Nativi digitali o no (e non mi sento una tablet-mamma) il problema deve parlare e riparlare anche di contenuti.

    Sono d’accordo con quel che chiami “ipertrofia testuale”. Una sorta di competizione impari, un bombardamento di parole in disordine da cui togliere la crusca e discriminare.
    Ammettendo che le nuove generazioni siano dotate di una propensione neurale alla scelta, se il libro scolastico viene considerato “claustrofobico” come un’insalata, capiamo come proporre uno studio più appetibile, da scegliere; visto che non sono piccoli Pac man che si nutrono di app-mele.

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  • #SalTo13, un ricordo - equiLibri digitali

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    […] una coerenza che personalmente non ho riscontrato e non solo io, come scrive @bibliocartina qui e commentiamo anche noi. I contenuti di tutto rispetto del testo di Casati sono stati appena […]

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  • #SalTo13, un ricordo - L’aura letteraria

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    […] una coerenza che personalmente non ho riscontrato e non solo io, come scrive @bibliocartina qui e commentiamo anche noi. I contenuti di tutto rispetto del testo di Casati sono stati appena […]

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