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Città del libro: Festival e Fiere, quali differenze? “Più libri più liberi”, giorni contati per Roma (II)

Scritto da Redazione on . Postato in Editori, Eventi, Fiere e rassegne, In evidenza

“In Italia ci sono 18mila sagre. Ogni anno vi partecipano milioni di persone e il territorio è la variabile fondamentale. Tuttavia, non è il centro, altrimenti si resta prigionieri di una politica tutta localista. Il territorio è il luogo in cui la tradizione si inserisce in una filiera di mercato”: con queste parole di Giuseppe De Rita, ex Presidente del Censis, il 9 gennaio scorso durante la convention delle Città del Libro ha provato ad ammonire i responsabili dei più di 70 festival e fiere italiani del libro. Tra grande evento culturale e sagra di paese la differenza è sottile.

(segue dalla prima puntata dello speciale)

Città del libro è un progetto basato sul “soft power”, ha proseguito De Rita nella sua relazione. Tanti luoghi, anche molto differenziati l’uno dall’altro, che creano un sistema culturale ed economico poliedrico e versatile, contrapposto e differente all'”hard power” di eventi colossali quali l’Expo di Shangai, per esempio. De Rita ha citato il Festival Noir di Courmayer come esempio virtuoso: “è la cultura mondiale del noir che si riversa lì, non è una iniziativa che rimane ferma sul piano locale. Il Festival di Courmayer ha portato nel mondo il suo punto di forza, ha legato il suo evento a una filiera e in questo modo a una dimensione nazionale e internazionale”.

Come nel caso del Lucca Comics and Games di cui abbiamo già parlato in passato, creare questa filiera come De Rita l’ha definita, questa motivazione del pubblico è più possibile quando il proprio Festival si basa su alcuni contenuti. Quando i libri non vengono esposti come bene in sé, ma per ciò di cui parlano. Il noir è un fenomeno mondiale, non è nato certo sul Monte Bianco. Ma alle pendici del Monte Bianco hanno trovato evidentemente un modo di renderlo mercato, evento, polo attrattivo culturale per migliaia di appassionati (pur con qualche polemica che ultimamente il Premio Scerbanenco, legato al Festival, ha attirato su di sé). 

Quella contenutistica è anche la principale differenza fra due filosofie differenti di evento legate al libro, che il progetto “Città del libro” cerca di mettere insieme, non senza creare perplessità fra gli addetti ai lavori: da una parte le fiere del libro, che in Italia sono poche e di dimensioni importanti, dall’altra i Festival letterari, che vanno da dimensioni mediograndi a microscopiche, e si legano in modo molto più radicato al territorio di quanto non facciano, in realtà, le Fiere.

Fiere e Festival, due mondi con esigenze (anche) diverse – “La differenza fra Fiere e Festival del libro è che le Fiere sono pensate per favorire gli editori e in generale chi fa libri, i professionisti del libro. L’obiettivo di una Fiera è vendere, è incontrare i buyer, chiudere contratti, stabilire forniture. Una Fiera ha uno spiccato carattere commerciale, e il suo successo si misura da quanti libri fa vendere”, ha commentato a Bibliocartina Lucia Della Porta, Direttrice del Pisa Book Festival, fiera dell’editoria indipendente che si tiene a Pisa ogni anno a fine novembre. “Lo abbiamo chiamato Festival solo per non paragonarci a Più libri Più liberi”, spiega Della Porta, “ma il nostro è un Festival a tutti gli effetti, che si propone anche di formare i professionisti, per esempio”. Pisa, grazie alla presenza di una professionista di lunga data come Ilide Carmignani, traduttrice dallo spagnolo recentemente insignita del Premio nazionale per la traduzione dal Ministero dei Beni Culturali, è per esempio un luogo elettivo di formazione per i traduttori professionisti. Proprio Ilide Carmignani  dirige infatti il “Translation Centre” nell’ambito dei workshop professionali del Festival. “Sono percorsi pensati specificamente per i professionisti o per gli studenti”, ha spiegato Carmignani a Bibliocartina. “Capita a volte che vengano dei lettori appassionati, ma nei nostri workshop cerchiamo di mettere a disposizione competenze professionali che, anche per chi ruota attorno al mondo del libro, non sono per niente scontate, neanche per chi lavora con i libri nel mondo universitario, che dialoga molto meno con le professioni editoriali di quanto si possa immaginare”. Pisa è, secondo Carmignani e Della Porta, “un esempio di Fiera ibrida: si apre alla città, la coinvolge, ma non dipende dalla città. Questa è la differenza con un Festival di libri, più vicino forse al mondo turistico che a quello editoriale. Non per questo trovarsi sotto l’ombrello comune delle Città del libro non può avere la sua utilità, secondo la direttrice. “Può essere molto utile coordinare le diverse città del libro da vari punti di vista. L’importante è tenere presente le diverse esigenze e nature di questi eventi”.

“Più libri più liberi, ultimatum per Roma: entro marzo si decide se traslocare. Il modello delle fiere non è autosostenibile” – Tanto è vera, la differenza di legame con la città, che Più libri più liberi, la più importante fiera della piccola e media editoria in Italia (nella foto), dopo più di dieci anni potrebbe presto abbandonare Roma. Bibliocartina lo aveva anticipato già a dicembre, e il direttore generale di Più libri più liberi Fabio Del Giudice ce lo ha confermato: “Prenderemo una decisione entro marzo. La questione è posta in modo esplicito: le difficoltà di sostegno economico per la Fiera Plpl sono crescenti. Senza l’aiuto istituzionale non è pensabile realizzarla, e se le amministrazioni pubbliche romane non sono in grado di offrire il loro contributo, dovremo rivolgerci altrove”. Del Giudice spiega che “il modello economico delle Fiere non è un modello autosostenibile. Le entrate arrivano a coprire, di solito, a malapena il 50% dei costi. La partecipazione istituzionale è indispensabile per eventi di questo genere; lo è sempre stata”. (continua)

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