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Blog sulle case editrici che pagano: ecco perché è una pessima idea

Scritto da Redazione on . Postato in Editori, Lavoro, Penna e spada

Corsivo – Alcuni traduttori editoriali hanno aperto nelle scorse ore un blog intitolato Editori che pagano, che al momento conta già decine di interventi di traduttori che indicano il nome delle case editrici che li hanno pagati nell’anno 2013, o nel biennio 2012-2013. Il blog nasce da un’idea di alcune traduttrici condivisa e messa in piedi su Facebook. Un’idea, secondo noi di Bibliocartina, pessima e controproducente, che rischia di ritorcersi contro le buone intenzioni di chi l’ha sviluppata. Ecco perché.

Il blog è strutturato sulla base di nomi e cognomi di traduttori che indicano con chi hanno lavorato nel 2013 o 2012 ricevendo pagamento secondo contratto. All’origine l’esigenza di partenza era quella contraria: la voglia di far sapere che certi editori non pagano, e che in alcuni casi possono passare anche anni prima di vedersi retribuito un lavoro consegnato nei tempi stabiliti. Non è questo ciò che ci dice il blog, tuttavia.

Ne sappiamo quanto prima – Un esempio: la traduttrice dal danese e norvegese Maria Valeria D’Avino afferma “Nel 2012 e nel 2013 ho lavorato con le case editrici Iperborea, Marsilio, Mondadori e Feltrinelli. Tutte hanno rispettato i termini di pagamento indicati nel contratto.” Fantastico. Tutto è andato bene per lei. Peccato che i “termini del contratto” che è stato rispettato nel merito siano a noi ignoti. Dire “contratto” vuol dire che va tutto bene? No di certo, come ammonisce lo stesso sindacato dei traduttori editoriali Strade, che non partecipa in quanto sindacato all’iniziativa del blog (lo fanno alcuni suoi membri, anche del direttivo, a titolo personale). Ai contratti bisogna guardare anche dentro. Un sito scrupoloso, serio e coraggioso come Scrittori in causa prova a farlo da anni.

Proseguendo nella lettura del blog un’altra traduttrice questa volta dal francese, Marina Karam, dice: “Tra le case editrici per cui ho lavorato nel 2013 quella che ha rispettato i termini di pagamento indicati nel contratto è Piemme.” In questo caso l’insinuazione è palese: c’è qualche altra casa editrice che non mi ha pagata secondo contratto (o mi ha pagata in ritardo). Quale? Il presupposto di questo blog è la sempre vecchia cara rassicurante cantilena secondo cui non si possono fare i nomi delle aziende che non pagano, perché si rischia una denuncia per diffamazione. Quindi cosa si fa: si dice quelle che ti hanno pagato, e se qualcuno avrà voglia di andare a cercarsi su Google tutti i titoli che Marina Karam ha tradotto nel 2013 e per chi, comprenderà per esclusione il nome della casa editrice che non rispetta i termini. Troppo contorto? Sì. Inutile? Anche. Dannoso? Senz’altro. Rischiamo infatti di googlare per ore e ore il curriculum di un traduttore senza mai arrivare a sapere ciò che vorremmo sapere: chi non ha pagato Marina Karam? Di chi non fidarsi?

La norma non può e non deve fare notizia – Sappiamo solo che ci sono editori che non pagano. Lo sapevamo anche prima. Non sappiamo chi sono. Non lo sapevamo neanche prima. Che cosa ha aggiunto questo blog al nostro bagaglio informativo? Niente. Sappiamo, poi, che ci sono editori che pagano i traduttori. Fa notizia? O meglio: deve fare notizia? Non è forse un normalissimo obbligo da contratto? Da quando in qua si pubblica la notizia che un contratto è stato rispettato, se è la norma, di più, se è la legge a prevederne il rispetto? Non si sta in questo modo assessorando e legittimando la contronorma, ovvero: non pagare, rendendo notizia ciò che non dovrebbe esserlo? Non si sta in questo modo accettando supinamente e dando l’ok finale al rovesciamento di qualsiasi etica del lavoro? Sì. Questo è ciò che si sta facendo. Si sta dicendo che il bene fa notizia, il male no. Che il bene è degno di essere considerato eccezione, e il male è la regola. Questa logica rischia di arrecare un enorme danno contro le migliori intenzioni, perché potrà far scuola tra giovani leve (non necessariamente in senso anagrafico) di traduttori e lavoratori dell’editoria che già oggi sono indotte a vedere un pagamento come un’eccezione, come qualcosa che fa notizia, nella loro vita. Legittimare tutto questo può portare ad abbassare ancora di più la soglia dell’accettabilità e della dignità, o dell’offesa alla dignità, di certe condizioni di lavoro. “Che bravi Neri Pozza, loro sì che pagano. Il mio sogno è lavorare per editori così! Intanto però faccio la gavetta, ho iniziato da poco, se chi paga fa notizia, il fatto che io lavori gratis forse è normale, non devo sentirmi sfigato io”. Questo è il messaggio che rischia di passare. O, tanto peggio, quello che “beh ho guadagnato 3 euro l’ora traducendo questo libro, lavorando per tre mesi dieci ore al giorno, ma dai, almeno mi hanno pagato”.  Come possa rappresentare un beneficio per qualcuno o per loro stessi, i traduttori che hanno aperto il blog ce lo spiegheranno, se vorranno. Come possa rappresentare un messaggio positivo considerare “virtuoso” chi rispetta un contratto, se non perché si dà ormai totalmente per inteso che sia normale non rispettarlo, come possano avere un effetto positivo l’accettazione e la legittimazione di questa normalità, l’ammissione di questa sudditanza psicologica e culturale, su qualcuno o qualcosa, i traduttori ce lo spiegheranno. Svolgono uno dei lavori peggio pagati e meno rispettati di tutta la filiera editoriale, eppure considerano tanto virtuoso (da fargli addirittura pubblicità con i tag cloud) l’editore che paga, ovvero che rispetta leggi e contratti? (“Nel 2012-13, per mia fortuna, ho lavorato solo con editori virtuosi: Mondadori, Il Mulino e EDT”, dice un’altra traduttrice sul sito. Mondadori è una casa editrice che vanta percentuali di contratti atipici al suo interno stimate qualche tempo fa oltre il 50% dalla Rete dei redattori precari).

Il messaggio di sudditanza che recepiamo svela tutta la debolezza di questa categoria di lavoratori non tanto e solo economicamente, quanto psicologicamente. Al punto da lasciare aperto il dubbio che ciò che conti di più, sul piano dell’informazione che si vuole inviare al mondo, sia qualcosa di molto simile a “Sai, quest’anno ho lavorato per Einaudi. E mi ha pure pagata, che bravo”, ribadendo che il traduttore editoriale è un mestiere bellissimo, ceVto, e se ti dà anche qualche soldino è un felice di più. Non precisamente un messaggio professionale.

L’altra questione che salta all’occhio è che i traduttori editoriali sono convinti, danno anzi completamente per scontato, che non ci sia modo per denunciare pubblicamente chi non paga; che la causa per diffamazione sia facile quanto buscarsi un raffredddore. Al di là del fatto che pur non volendo fare nomi si poteva comunque pensare a una denuncia diversa (qualcosa come per esempio “Traduco dall’inglese e non mi pagano da 16 mesi”, “Traduco dallo svedese e aspetto sette pagamenti rispettivamente da quattro, nove e diciannove mesi; certo l’effetto autopubblicitario purtroppo sarebbe scomparso, nessuno in quel caso avrebbe saputo per quali bei nomi abbiamo lavorato), Bibliocartina è già intervenuta in passato sull’argomento “nomi”: “il diritto di cronaca può essere esercitato, quando ne possa derivare lesione all’altrui reputazione, prestigio o decoro, soltanto qualora vengano dal cronista rispettate le seguenti condizioni: a) che la notizie pubblicata sia vera; b) che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale; c) che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività” secondo una sentenza della Cassazione, espressa in sede civile e penale, del 2007.

Se un editore non paga, la cosa più intelligente da fare è affidarsi a giornalisti seri che possano mettere in luce l’interesse pubblico della notizia e darla in modo serio e professionale, proteggendo le loro fonti. Non c’è niente di meglio che questo.

Oppure ciò che si cerca è il diritto allo sfogo delle proprie frustrazioni, passando per i blog e per le liste private e per le bacheche di Facebook o per iniziative pavide come “Editori che pagano”? La frustrazione è legittima, ma con la determinazione va poco d’accordo. Se l’obiettivo è lottare per ottenere migliori diritti, gli stessi traduttori editoriali che pure si sono organizzati in un sindacato attivo come Strade, dovrebbero forse affrontare di petto i problemi che li affliggono invece di girarci attorno in questo modo, certo dimostrando eleganza e signorilità, come ha detto la scrittrice Silvia Ballestra:

Persone eleganti senz’altro, che tuttavia dimostrano anche di essere interamente nelle mani dei “certi editori un po’ meno” i quali da questo genere di iniziative non vengono intaccati neanche un po’, anzi ricevono la conferma di potersene rimanere nei loro bei cantucci, impuniti e garantiti; sì magari qualche traduttore trascorsi altri sei mesi senza vedere una lira farà anche loro causa, ma alla fine si troverà un accordo e nessuno lo verrà a sapere. Continueranno a godere del prestigio di sempre. Il prestigio, già, quella moneta decadente che circola nell’editoria al posto degli euro, il Bitcoin del mondo editoriale, un mondo in cui a valere non è il giusto prezzo del lavoro, ma la consistenza di una firma.

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