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A Più libri più liberi “No Brand Art”, manifesto per un’arte senza marchio incentrata sui contenuti. Intervista a Cetta De Luca.

Scritto da Redazione on . Postato in Autopubblicazione, Autori, Editori, Eventi, Fiere e rassegne, In evidenza, Libri

In occasione della prossima Fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi (prevista a Roma dal 5 all’8 dicembre prossimi) un gruppo di autori ed editor indipendenti presenterà “No Brand Art”, manifesto per un’editoria di qualità “che metta al centro finalmente i contenuti e non il marchio”. 

Bibliocartina ha intervistato Cetta De Luca, ideatrice e capitana di questa iniziativa, autrice indipendente e blogger molto nota ai frequentatori del web (con il suo permesso le abbiamo dato del tu).

A Roma durante Più libri più liberi tu e una serie di scrittori indipendenti presenterete un Manifesto per la No Brand Art. Potresti spiegarci di che cosa si tratta? Qual è il vostro obiettivo principale?

No Brand Art vuole essere un movimento culturale rivolto nello specifico ai lettori, quindi ai fruitori di cultura. Arte senza marchio, per far sì che il focus sia direttamente sui contenuti, che è ciò che deve interessare il fruitore. Oggi, specie nel campo dell’editoria, osserviamo impotenti il dilagare di prodotti fuffa mascherati da begli involucri, ben confezionati e protetti da marchi storici dell’editoria, che dovrebbero garantirne la bontà, la qualità, e che invece si preoccupano di riempire scaffali di oggetti svuotati del loro significato intrinseco purché siano in grado di fare cassetta. Con le dovute eccezioni (e per fortuna), il mainstream editoriale preferisce investire su nomi noti, che tirano, il cui progetto possa magari approdare alla TV o alla cinematografia compensandoli dei lauti anticipi versati sui diritti, piuttosto che sulla ricerca del talento letterario ma, ahimé, sconosciuto. Con l’avvento del digitale e del selfpublishing il problema si è addirittura acuito, con un proliferare sconsiderato di libri, spesso mal scritti, non editati, sgrammaticati, ma proposti magari con splendidi vestiti e accompagnati da straordinarie campagne di marketing che ne esaltano il valore e che confondono ancora di più i lettori, perché “si fa così”. Una sorta di anarchia culturale che di culturale ha ben poco. Capita dunque che autori talentuosi o anche più semplicemente capaci di produrre testi validi, non abbiano la possibilità di emergere. In primo luogo perché le grandi CE non li pubblicano, anzi, neppure ricevono manoscritti. In secondo luogo perché, quando si auto pubblicano, vengono confusi nel marasma di altra fuffa che già circola e che fa sì che il lettore serio faccia di tutte le erbe un fascio. Ci sono le CE indipendenti, è vero, ma questo è un discorso ancora diverso che merita un approfondimento. No Brand Art, che non è formata da soli selfpublisher, bensì ha al suo interno diversi autori pubblicati da CE, editor, grafici e professionisti del settore editoriale, si propone di diventare un collettivo di autori e non solo che si pubblicano come meglio credono, stabilire e rispettando alcune regole NBA per apporre una sorta di marchio di garanzia laddove è necessario. Dopo l’esperienza Fiera ci sarà un sito,  e promuoveremo molti incontri offline. Inoltre stiamo preparando una prima sorpresa pre natalizia, di cui però ora proprio non posso parlare.

Come è nato il percorso che vi ha portati insieme a essere presenti con uno stand nella Fiera Più libri più liberi? Quali altri autori hanno deciso di unirsi allo Stand? È vero che, come racconti sul tuo blog, non sarebbe stato possibile ottenere uno Stand se non ci fosse stata una casa editrice a farvi da appoggio?

Il percorso posso dire sia cominciato un anno fa, con l’organizzazione degli eventi degli Scrittori Sperduti nell’isola che non c’è e con tutta l’attività svolta sui social in questo anno. Dopo aver sperimentato, in prima persona e poi col gruppo, cosa significa per uno scrittore che pubblica un libro oggi “promuovere il proprio libro”, ho pensato che il modo migliore per incontrare il pubblico fosse in un luogo d’elezione. Quindi una Fiera dell’editoria. E quella di Roma, dove sono presenti le piccole e medie CE indipendenti era il luogo migliore. Oggi uno scrittore, selfpublisher o meno, è un piccolo imprenditore, necessariamente. Ogni volta che organizza una presentazione o un evento, ogni volta che usa i social per farsi conoscere, ogni volta che contatta una libreria indipendente per proporre un suo libro o si inventa qualunque altra cosa, fa imprenditoria. Ogni volta che compie quegli atti che deve compiere una CE per un prodotto da lei pubblicato, lo scrittore può essere equiparato e un micro editore, anche se non si autopubblica. E mi ero accorta, frequentando le fiere, che la partecipazione di scrittori, a parte i soliti noti, era ben poca. Quindi bisognava rimediare. Tra gli autori che hanno aderito all’iniziativa dello stand ci sono, ad esempio, Rossana Vesnaver e Simone Andreozzi che, come me, sono stati pubblicati da una CE indipendente, Anita Borriello che è una selfpublisher fantasy di successo, Giovanni Garufi Bozza, pubblicato da una CE ma prossimo selfpublisher, Mauro Sandrini che pubblica e si autopubblica e che si occupa di selfpublishing addirittura con una scuola (la SelfPublishing School). Serena Zonca è una editor straordinaria che ha anche autopubblicato un libro. Non posso citare tutti, ma si tratta di tutte persone appassionate del proprio lavoro e della propria arte. Per quanto riguarda come ho ottenuto lo stand, è vero, mi sono dovuta rivolgere ad una casa editrice, la Officine Editoriali, per poter semplicemente presentare il modulo di richiesta, e devo ringraziarla perché si è prestata con generosità ed ha accolto il progetto. Poi siamo stati invitati dalla FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori) al loro stand, per una condivisione di intenti e di obbiettivi, per cui divideremo lo stand con loro.

Avete delle richieste precise da fare alle case editrici? Di che tipo?

Gli scrittori vorrebbero solo che le CE tornassero a fare il loro lavoro di divulgatori di cultura. Pensiamo che sia avvilente vedere in circolazione autori prestati alla scrittura solo perché hanno nomi altisonanti. Forse, se le CE riservassero le loro energie, la loro professionalità, la loro economia al recupero di quel ruolo di scouting che gli compete, tutta l’editoria ne trarrebbe benefici. Le CE indipendenti ci provano a farlo, con tante difficoltà e poco tempo a disposizione. Perché accade che gli scrittori sappiano bene che queste ultime sono nate con lo scopo di portare avanti progetti editoriali di un certo tipo, con scelte ben precise e un lavoro professionale simile a quello degli artigiani, curato e attento alle esigenze dei lettori. Per questo le inondano di manoscritti. Per questo i tempi di risposta sono lunghissimi. Per questo molti autori decidono alla fine di auto pubblicarsi. Si crea così questo circolo vizioso. E a questo aggiungiamo che quegli autori che vengono poi pubblicati, nella stragrande maggioranza dei casi si devono autopromuovere. Ci vuole più equilibrio e che ognuno torni a rivestire il  ruolo che gli compete, solo così, forse, si può uscire da questo tunnel.

Quella del selfpublishing non è sia una scelta di ripiego per chi riceve un rifiuto dalle case editrici? Quanto conviene a un autore continuare ad autopubblicarsi nel momento in cui una casa editrice si offre di comprare i diritti della sua opera? Ci sono casi di autori, che tu sappia, che hanno preferito continuare ad autopubblicarsi piuttosto che passare nella scuderia di un editore (esclusi gli EAP, ovviamente)?

In parte ho risposto a questo quesito. In ogni caso una piccola precisazione è necessaria. Il selfpublishing è anche un ripiego, per alcuni. Va a sostituire quell’usanza assurda e degradante di rivolgersi alle EAP. Ma il risultato è lo stesso. I lettori che navigano sul web non hanno certo l’anello al naso. Ecco perché serve N.B.A. Per tutelare loro e per tutelare quegli scrittori che invece si auto pubblicano per scelta, e sono la maggior parte. Si tratta di una scelta che, considerando quanto detto sopra, appare anche logica. Perché cedere la maggior parte dei diritti d’autore (se non tutti) quando poi, come autore, ho poco o nulla in cambio? Neppure la promozione? Con il selfpublishing si ha il controllo di tutto in ogni caso, dalla creazione del libro, alla distribuzione, alla vendita, e i ricavi sono praticamente tutti dell’autore. Se una CE si offrisse di acquistare i diritti del libro auto pubblicato l’autore deve mettere sul piatto della bilancia tante cose, a partire dal contratto. Io sono rimasta davvero stupita quando il fenomeno di selfpublishing 50 sfumature, dopo aver venduto milioni di copie (e aver incassato quindi milioni di dollari) ha deciso di cedere i diritti alla CE. O l’autrice non si sentiva bene quando ha preso questa decisione o, forse, non aveva venduto tutti quei milioni di copie ma aveva solo fatto un’ottima campagna promo. Non conosco autori che abbiano scelto di restare self piuttosto che passare a una CE, ma so che ci sono. Io penso che un SP possa essere pubblicato e poi rivolgersi nuovamente al self, senza problemi né preclusioni. Non è COME si pubblica che è importante, ma COSA si pubblica.

Come credi che si svilupperà il selfpublishing nel futuro? Continuerà a crescere solo online, o ci sarà un modo efficace per entrare da autori autopubblicati anche nel circuito delle librerie fisiche, “brick and mortar” come dicono in inglese?

Il selfpublishing attualmente riguarda nello specifico il mercato online perché offre prevalentemente prodotti digitali. Ci sono anche le librerie online in cui è possibile vendere i libri in brossura, ma gli italiani ancora non sono molto avvezzi a questo tipo di acquisti. Preferiscono sfogliarli i libri di carta, annusarli, e poi decidere. Probabilmente i selfpublisher riusciranno anche ad andare nelle librerie fisiche, anzi, qualcosa sta già nascendo in tal senso. C’è una libreria a Perugia che accoglie libri self e li promuove, e ha aperto da pochissimo tempo con grande successo. So di altre piccole realtà del genere, però penso che questo tipologia di vendita potrà essere solo a livello territoriale, perché stampare e distribuire libri di carta ha dei costi notevoli che spesso uno scrittore non si può permettere. Forse nasceranno circuiti di librerie self o per autori indipendenti che faciliteranno il compito. Io spero che le librerie che già ci sono decidano di accogliere i libri N.B.A..

Cetta De Luca, nata in Calabria e residente a Roma, è “un’appassionata di viaggi, di storia medievale e rinascimentale e letteratura dell‘800 e del ‘900 italiano”. Il suo primo romanzo, Colui che ritorna (Edizioni Melody – Dicembre 2011) ha vinto il Premio Giuria Narrativa dell’edizione 2012 del Concorso Europeo Arti Letterarie Via Francigena. Nata in una casa di donne, il suo secondo lavoro, è stato pubblicato nel febbraio 2013 con il marchio L’Erudita da Giulio Perrone Editore. Ha scelto l’autopubblicazione in eBook per 3 lavori di generi diversi: Cetteide – In vacanza con mia madre (raccolta di racconti di viaggio umoristici),  Appunti  (raccolta di poesie – nella versione in lingua inglese “Appunti, Notes from the heart”, TanguEros (Due racconti erotici – Esperimento di co-scrittura con Marco Reale). Cura un blog omonimo e un altro intitolato In punta di penna.

 

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