Archivia per Settembre, 2012

Librerie: a Firenze chiude Edison, sfrattata da Feltrinelli, e vorrebbe aprire Apple. Ma la legge comunale attuale lo vieta, il sindaco Renzi la cambierà per far aprire l’Apple Store?

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La storica libreria fiorentina Edison si prepara a chiudere i battenti, ma le trattative in corso per il subentro fra Apple e il gruppo Feltrinelli, proprietario dello stabile, potrebbero essere inficiate da una legge comunale secondo la quale le librerie che chiudono possono essere riconvertite solo ad attività di carattere culturale, per almeno il 70% della superficie occupata. Mentre perdura la vicenda FNAC, ecco dunque altro caso di marchio librario che scompare in Italia (anche la Edison in franchising di Livorno sta per chiudere, come riporta il quotidiano La Nazione).

La società che gestisce la libreria Edison, aperta nella centralissima Piazza della Repubblica fiorentina fin dal 1996, è stata sfrattata dal gruppo Feltrinelli proprietario dello stabile, dopo una lunga vicenda giudiziaria che infine ha dato ragione ai proprietari. L’esecuzione dello sfratto è prevista per il 30 settembre, dunque a giorni, e giovedì sera scorso i 36 dipendenti della libreria hanno inscenato una protesta serale contro il destino del negozio e del loro lavoro. 

Come nei giorni scorsi hanno già comunicato più organi di stampa, è in corso una trattativa tra Feltrinelli ed Apple, fortemente voluta anche dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, per l’acquisizione dei locali da parte del colosso americano. Tuttavia, le leggi comunali a salvaguardia del patrimonio culturale rappresentano un ostacolo serio alla conclusione della trattativa; il sindaco, come riferisce MacCitynet, dovrebbe trovarsi nella difficile situazione di dover convincere la sua maggioranza a modificare la norma a salvaguardia della cultura, per garantire Apple, la quale altrimenti dovrebbe dedicare alla vendita a malapena un 30% dello spazio snaturando così l’uniforme concetto degli Apple Store e ovviamente rinunciando a consistenti entrate. La modifica della norma, tuttavia, rappresenterebbe una evidente legge ad hoc, pensata per favorire una multinazionale, mentre nel frattempo 36 persone entro questo fine settimana perderanno il posto di lavoro.

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Il marchio di alta moda Marc Jacobs apre due librerie in Europa: “Comprare un libro è emozionante come un acquisto di moda”.

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Per un gruppo di moda internazionale che – forse – chiude le sue librerie, ce n’è un altro che continua ad aprirle. Marc Jacobs, celebre marchio statunitense del mondo della moda, ha infatti inaugurato le sue prime due librerie in Europa, una a Londra e una a Parigi, che seguono il primo negozio di New York, aperto a settembre 2010, e il secondo di Los Angeles inaugurato a Melrose nel novembre dello stesso anno. Nuove aperture sono previste a breve anche a Tokyo, Chicago e in altre località del mondo.

Le librerie “rappresentano un’estensione naturale del marchio”, come ha dichiarato il presidente di Marc Jacobs Robert Duffy ai media. “Acquistare libri è emozionante esattamente come un acquisto di moda, prova ne sia il fatto che gli stessi negozi di moda Marc by Marc Jacobs presentano al loro interno sezioni dedicate alla vendita dei libri, che riscuotono enorme successo”. Il negozio di Londra, che sarà inaugurato a breve, si situa al piano inferiore dell’attuale store Marc by Marc Jacobs nel West End della città, mentre quello di Parigi si affaccia su Place du Marché Saint-Honoré, nel I arrondissement. I negozi Book Marc vendono libri, accessori di alta categoria e prodotti tecnologici, ma anche volumi fotografici e librari legati all’alta moda dall’elevato valore di mercato, tra cui ad esempio i volumi contenenti i lavori del fotografo svizzero Karlheinz Weinberger, di cui ogni copia vale migliaia di euro.

La sinergia tra libri e alta moda non è certo esclusiva del marchio Marc Jacobs. Karl Lagerfeld fondò le librerie 7L a Parigi, nel VII arrondissement, nel dicembre 1999. Ed è nota ai lettori di Bibliocartina.it la vicenda del Gruppo PPR, proprietaria del marchio e delle librerie FNAC, i cui dipendenti sono in mobilitazione da settimane in vista di una prossima chiusura dei punti vendita italiani, data a intendere a inizio 2012 dal management del gruppo ma tuttora non confermata né smentita. Potrebbero mai, i negozi FNAC attuali, trasformarsi in Gucci Book Store? La domanda è una semplice nostra fantasia e illazione, non ha in alcun modo carattere di notizia e non si basa su nessun tipo di indiscrezione né di anticipazione. Semplicemente negli ultimi giorni Bibliocartina ha provato di nuovo a mettersi in contatto con il PPR Group per avere notizie sul futuro di FNAC, ma dai centralini siamo stati indirizzati, e continuamente rimbalzati, sugli uffici di Gucci tra Firenze e Milano, senza riuscire a dialogare con nessuno. Da qui, incrociando questa circostanza con la notizia delle librerie Book Marc, la nostra fantasia. Come soluzione potrebbe  persino avere una sua coerenza, specie per un Gruppo così fermamente deciso a concentrarsi sul settore Lusso e moda come PPR. Ma è difficile ritenere che basterebbe per salvare i 600 posti di lavoro attuali.

L’editoria di ricerca in Italia è condannata a dipendere dai finanziamenti istituzionali? Intervista a Zandonai e Voland, le uniche due editrici italiane che riceveranno i fondi del Culture Programme (II parte)

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Pubblichiamo questa mattina la seconda parte dell’intervista agli editori Zandonai e Voland, dopo che nella prima parte, ieri, abbiamo dato notizia dell’ammissione delle due case editrici, le uniche in Italia, ai finanziamenti previsti dal Culture Programme dell’Unione Europea e intervistato Matteo Zadra di Zandonai sul progetto che grazie a questi finanziamenti, l’editrice porterà avanti per il 2013.

Culture Programme europeo, Zandonai Editore e Voland sono le due uniche editrici italiane che godranno dei finanziamenti 2012 (Parte I)

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Il ciclo annuale 2012 del Culture Programme di cui abbiamo dato notizia nei giorni scorsi si chiuderà il prossimo 9 ottobre a Francoforte, con la premiazione dei 12 vincitori dello European Union prize for Literature, e vede, quest’anno, il finanziamento di 531 opere di narrativa selezionate fra le 1531 opere inviate alla Commissione da case editrici e associazioni culturali di tutta Europa e non solo.

Legge Levi sul prezzo del libro, oggi un incontro di bilancio alla Camera. Ecco perché preferiamo non andare

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Editoriale – Questa mattina presso la sala Mappamondo della Camera dei deputati si terrà un incontro fra editori e operatori del settore librario, intitolato “Ad un anno dall’approvazione della legge sul prezzo dei libri (Legge n. 128 del 27 luglio 2011) – Gli operatori a confronto”. Bibliocartina, come anche tanti altri organi di stampa e/o blog specializzati, è stata invitata a essere presente per riferire dell’incontro, che si terrà fra meno di un’ora.

Abbiamo tuttavia scelto di non esserci, e riteniamo utile esporre ai nostri lettori le ragioni di questa scelta, che hanno a che fare con la nostra filosofia editoriale (oltre che con la sempre giusta considerazione: non siamo onnipotenti, occorre scegliere in che modo amministrare le forze sul breve, medio e lungo periodo).

Crediamo infatti che i luoghi del “confronto” fra gli operatori siano, oggi più che mai, fuori dai palazzi politici. Il luogo del confronto è dove la gente si incontra: la strada, le piazze, e certo anche i luoghi d’incontro e di comunicazione su internet, compreso un giornale online come questo che adotta le regole della comunicazione giornalistica, provando a rispettarle e a sperimentarle.

Crediamo molto poco nell’auto-referenzialità della scelta di chiudersi nelle sale parlamentari per ragionare degli esiti di una legge sul libro. Per chi non conosce la legge Levi, essa è la legge approvata poco più di un anno fa che ha per oggetto “la disciplina del prezzo dei libri. Tale disciplina mira a contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione.” La stessa legge prevede che le istituzioni preposte (Ministero per i beni e le attività culturali, Ministero dello Sviluppo economico e altre) stilino, a un anno dall’entrata in vigore, un bilancio della legge da far avere alle Camere. Tuttavia, non è affatto indicato, dalla legge, a quali fonti attingere per redigere tale bilancio. Il convegno di stamattina va nel senso di ottemperare alla’esigenza prevista dalla legge, e fra i relatori invitati ci sono: Aldo Addis (Libreria Koiné), Martin Angioni (Amazon), Ginevra Bompiani (Nottetempo), Alessandro Bompieri (RCS), Riccardo Cavallero (Mondadori), Marcello Ciccaglioni (Arion), Teresa Cremisi (Flammarion), Federico Enriques (Zanichelli), Gian Arturo Ferrari (Centro per il libro e la lettura), Alberto Galla (ALI), Dario Giambelli (Feltrinelli), Giovanni Ulrico Hoepli (Hoepli), Giuseppe Laterza (Laterza), Stefano Mauri (GeMS), Stefano Parise (AIB), Marco Polillo (AIE), Antonio Sellerio (Sellerio), Marino Sinibaldi in qualità di coordinatore, oltre al sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’informazione e all’editoria, Paolo Peluffo, e a Manuela Ghizzoni presidente della Commissione Cultura della Camera.

Tutte persone che, lo diciamo sinceramente, farebbe anche comodo incontrare ai fini lavorativi. Specie a una testata giovanissima come la nostra. Contatti, scambi, sono il sale del lavoro di giornalisti: di conseguenza la nostra scelta non è senza dubbi o incertezze da questo punto di vista. Ma d’altro canto: non sono forse gli stessi nomi che circolano sempre in tutte le occasioni? Nella maggioranza dei casi, sì. Ascoltiamo da una vita, per esempio, Gian Arturo Ferrari, ex direttore Mondadori e oggi presidente del Centro per il libro e la lettura, disquisire del mondo dei libri, e non dimenticheremo mai una lezione cui circa 12 anni fa assistemmo, tenuta in un’aula dell’Università di Bologna: “Vendere libri non è diverso da vendere scatole di fagioli”, disse Ferrari. Non eravamo d’accordo allora, e non siamo d’accordo adesso, non fosse altro che perché ragionando in quest’ottica, tutto diventa vendibile. Se un libro non è diverso da una scatola di fagioli perché dovrebbe essere diverso da una persona? Riteniamo quel ragionamento di allora figlio di una logica imprenditoriale che parte e si ferma al prodotto in quanto tale (leggi: alla sua vendibilità), e che non ragiona e non valorizza il significato di un prodotto; un significato che come per ogni creazione umana, comincia da quando un prodotto, o un’opera come preferiamo chiamarla noi, viene immaginata, ideata, viene scelta come idea, e comincia a essere realizzata. Il significato di un prodotto sta nel processo creativo che lo ha portato a prendere forma, e questo processo creativo continua anche successivamente, continua nel modo in cui un libro in questo caso viene fatto viaggiare, conoscere, come arriva negli scaffali, o nelle librerie virtuali, come arriva ai nostri occhi, come entra nella nostra vita, per uscirne subito dopo, o in pochissimi casi baciati dalla fortuna, per rimanerci per sempre. Non c’è niente di elitario, in questo ragionamento, che ha pari dignità per un libro come appunto per una scatola di fagioli, ma in un senso molto diverso da ciò che intendeva Ferrari. Ogni singolo libro, ogni singolo oggetto, per noi è unico, perché rimanda alle persone: che volto ha la persona che ha raccolto quei fagioli, dov’era? Quante volte si è piegato dal mal di schiena, quante volte ha sorriso mentre lavorava, quante volte è stato ricattato, quanti soldi ha ricevuto, come vive? Se davvero vogliamo parlare bene di prodotti, cominciamo a parlar bene di persone. Non è questo il taglio dell’incontro di stamattina a Montecitorio, un incontro a porte chiuse che nell’Italia delle millecinquecento fiere del libro e della letteratura l’anno, ha quanto meno del bizzarro. Perché non tenerlo ad esempio a Mantova, al Festivaletteratura, tra migliaia di lettori? Perché non spiegare alla gente comune questa legge, e non farsi dire dalla gente comune, da librai, lettori, studenti, insegnanti, che cosa ne pensano? Sono domande che avremmo potuto porre se fossimo stati presenti? Difficile, in un incontro a relazioni blindate. Avremmo dovuto rincorrere gli editori fuori dalla porta, mentre magari si infilano nell’auto di lusso con l’autista che gli tiene aperto lo sportello. Avremo il tempo di farlo, in seguito.

Ciò che è chiaro, è che per noi il punto di partenza quando si parla di libri, non meno che quando si parla di qualunque altra cosa, è la gente comune. Gente comune che fa il suo lavoro, il suo mestiere, che legge e che scrive, che lotta per essere pagata o che si chiede cosa inventarsi per realizzare i suoi sogni senza cadere nello sfruttamento e nella frustrazione. 

Gente comune che in questo ambito (l’editoria) molto spesso non conosce ciò che fa il vicino, molto spesso neanche gli interessa conoscerlo. Bibliocartina vuole rivolgersi invece ai curiosi, a chi lo vuole sapere, ciò che fa il vicino, perché crede che questo lo aiuti a migliorare anche la sua stessa condizione, a imparare, a riconoscersi, o a differenziarsi.

In questo primo mese (neanche) di vita abbiamo scelto di rivolgerci e dare voce con sempre più convinzione alla gente comune più che ai grandi nomi. Anche perché chi decide se un nome è grande o meno? Per noi, tutta la gente è sempre gente comune, esseri umani come tutti gli altri, anche quando realizzano opere straordinarie, figuriamoci se badiamo a quante volte vanno in televisione.

Per inciso, questo è stato e sarà uno dei nostri rarissimi editoriali: crediamo che l’informazione non sia la proposizione continua del proprio pensiero. Informazione è lasciar spazio soprattutto agli altri, a ciò che fanno, che pensano, che dicono. Finora, a quanto pare, le nostre scelte sono state vincenti. Abbiamo avuto un enorme successo in termini di visite e di visitatori, quasi 3000 visitatori unici in neanche un mese, più di 20.000 pagine lette. Abbiamo bisogno di capire come fare per rendere questo giornale online uno strumento di guadagno economico, altrimenti non potremo sostentarci né sostenere le collaborazioni di cui è indispensabile (oltre che molto bello e stimolante) avvalersi, per chi vuole lavorare professionalmente. Per questo, vi comunichiamo che a breve inizieremo a inserire pubblicità nel nostro sito. Accettiamo volentieri (come immaginerete) anche proposte pubblicitarie ad hoc, anzi ci piacerebbe, prima di doverci rivolgere a Google o ad Amazon.

Proveremo presto anche a saggiare l’ipotesi “diventa un nostro abbonato”, con formule creative ma comunque basate su un assunto nel quale crediamo molto: l’informazione è indipendente soltanto se finanziata a livello popolare dal grande pubblico dei lettori. L’informazione costa, e costa cara. Se non è il lettore che la permette con il suo piccolo contributo diffuso, saranno i poteri forti (economici e/o politici) a goderne, e inevitabilmente, ad influenzarla. Questo è quanto accade in Italia da sempre, ma negli ultimi anni la diffusione del giornalismo online ha contribuito ad accrescere la pessima disabitudine di ritenere che l’informazione sia gratuita, o addirittura di pensare che sia migliore, e più “giusta”, perché gratuita. Non è evidentemente così. 

Quindi che cosa faremo stamattina, invece di andare a Montecitorio? Scriveremo altre notizie, ma prima di tutto leggeremo. E proveremo a immaginare, a capire, a farci buone domande su “Il futuro del libro“. 

European Union Prize for Literature: il 9 ottobre a Francoforte premiazione dei 12 migliori autori emergenti in Europa

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Sarà conferito il 9 ottobre prossimo a Francoforte, alla vigilia della Fiera del Libro più famosa al mondo, il premio European Union Prize for Literature, che per il quarto anno consecutivo vedrà riconosciuti alcuni fra i migliori talenti emergenti in Europa. Il premio, come comunicano dagli uffici dell’Unione Europea, sarà consegnato dal commissario europeo per l’Educazione, la Cultura, il Plurilinguismo e la Gioventù Androulla Vassiliou, la quale ha dichiarato che “i talenti vincitori ricevono garanzia, da parte dell’Unione Europea, che le loro opere saranno tradotte nelle lingue dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono stati già 32 su 35 i vincitori ad essere tradotti in 19 lingue dell’Unione, per un totale di 104 traduzioni realizzate”. Tra gli organizzatori del premio ci sono la European Booksellers Federation (EBF), lo European Writers‘ Council (EWC), la Federazione degli Editori Europei (FEP) e il Culture Programme dell’Unione Europea.

Ogni anno infatti, tramite il Culture Programme, la Commissione Europea destina 3 milioni di euro al sostegno alla traduzione di opere letterarie nelle 23 lingue dell’Unione e nelle lingue dei paesi che partecipano al Programma Culturale europeo. Dal 2007 a oggi sono state più di 3000 le opere letterarie tradotte attingendo ai fondi della Commissione Europea. Fra gli italiani che hanno vinto il premio in passato c’è lo scrittore Daniele Del Giudice. Nessun italiano, invece, fra i vincitori dello scorso anno, provenienti dalla Bulgaria, Grecia, Repubblica Ceca, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Malta, Montenegro, Paesi Bassi, Serbia, Turchia e Gran Bretagna.

Cartello eBook in Europa: la Commissione Europea invita Apple e gli editori “a presentare osservazioni”

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Oggi è giunta la pubblicazione dei pareri ufficiali della Commissione Europea relativi all’accordo con i 4 editori rei di cartello anticoncorrenza, con Apple, sul prezzo degli ebook negli store europei. Non si tratta ancora di un accoglimento formale della proposta di accordo, ma di un invito a presentare osservazioni. I termini dell’accordo erano in realtà già noti da tempo, Bibliocartina ne aveva dato notizia il 31 agosto scorso. Ecco a questa pagina l’invito della Commissione Europea. In sostanza, la Commissione Europea ha accolto l’offerta avanzata il mese scorso dalla stessa Apple e da quattro dei cinque editori sotto indagine (Hachette Livre SA, HarperCollinsMacmillanSimon&Schuster, mentre l’editore fuori dall’accordo è Penguin), di offrire per i prossimi due anni i propri ebook a prezzi scontati su varie librerie online. Si legge nel parere della commissione: “Per un periodo di due anni i quattro gruppi editoriali si impegnano a non restringere, limitare o impedire ai rivenditori di libri elettronici di stabilire, modificare o ridurre il prezzo al dettaglio dei libri elettronici e/o di offrire sconti e promozioni. Per quanto riguarda i contratti d’agenzia, il valore complessivo degli sconti o delle promozioni offerte da un rivenditore non deve comunque superare l’ammontare complessivo equivalente alle commissioni totali che l’editore versa a quel rivenditore per la vendita al pubblico di libri elettronici in un periodo di 12 mesi.” Apple e gli editori evitano in questo modo di pagare un risarcimento ai consumatori, come avverrà invece negli Stati Uniti per quegli editori che sono giunti a un accordo con il Dipartimento di Giustizia americano.

Come ragiona un aspirante scrittore in cerca di editore? Intervista ad Aldo Spataro, autore del romanzo horror “Hotel Patria”

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Qualche giorno fa Bibliocartina è stata contattata da Aldo Spataro, che ci ha invitato a leggere il suo romanzo horror a puntate Hotel Patria, pubblicato, con una scelta senz’altro originale, sottoforma di blog e già raggiunto da un numero cospicuo di web-lettori, più di 3000 secondo l’autore del blog. Il giovane Spataro, palermitano, ha deciso di rispondere alle nostre domande e considerazioni sul suo testo, e di sottoporsi anche al giudizio dei lettori di questo articolo. Non mancano infatti, nelle risposte dell’autore, considerazioni degne di essere approfondite, criticate, o in ogni caso trasformate in dialogo. Indirizzate pure le vostre domande e i vostri commenti rivolti ad Aldo Spataro nello spazio dei commenti di seguito. 

Domanda: Quanti anni hai e da quanti anni scrivi?

Risposta: Ho 25 anni, compiuti a maggio e scrivo credo da quando ho imparato a muovere la penna. La mia prima storiella l’ho scritta a 7-8 anni, era un thriller ambientato nella casa di campagna…

D: Perché hai scelto di scrivere una storia horror?

R: In realtà ho scritto di tutto negli ultimi anni, ma l’horror è un genere che credo vada rivalutato, non mi riferisco all’horror pieno di zombie o vampiri, ma a quello originario folto di mistero suspence e atmosfera tra il surreale e l’immaginario.

D: Chi sono i tuoi principali punti di riferimento da un punto di vista letterario, coloro a cui ti ispiri nello scrivere?

R: Il mio mito iniziale, il primo libro in assoluto è stato “La casa degli spiriti” di Isabel Allende; segue a ruota la magica scrittura fantasiosa, vibrante e tagliente di Zafón, che in fondo non fa che scrivere horror travestiti da romanzi, e al terzo posto nel podio la coinvolgente e unica JK Rowling.

D: Chi sono i tuoi autori preferiti, come lettore?

R: Mito in assoluto, insuperabile, amato e molto spesso citato William Shakespeare, non credo esistono altri uomini al mondo che hanno saputo fare di un sentimento, immateriale come l’amore, un qualcosa che quasi si può toccare.

D: Quanti libri leggi in un anno?

R: Da piccolo circa 20 all’anno, ora tra lavoro e studio di meno, ma un libro sul comodino non manca mai, e anche se mi ritiro tardissimo, l’ultima cosa che faccio prima di spegnere la luce è leggere una paginetta.

D: Che strumenti utilizzi per leggere? Compri tutti i tuoi libri, vai in biblioteca, li chiedi in prestito, li rubi agli amici… Leggi anche eBook? Con quale dispositivo?

R: Principalmente mi perdo nelle librerie finchè non vengo rapito da una copertina con una trama avvincente che mi affascina, alcune volte li prendo in prestito dagli amici o spio i titoli su internet.

D: Da dove è nato il tuo amore per la scrittura?

R: Da mia madre, appassionata della scrittura da sempre, mi ha infuso il piacere di comporre delle storie e creare realtà parallele. Quel piacere ora è diventato una necessità.

D: Come mai hai scelto di usare un blog per pubblicare la tua opera, invece che un altro strumento? Per esempio le piattaforme di autopubblicazione, che ti permettono di creare il tuo ebook e di venderlo fin da subito? Hai ottenuto finora, come dici tu stesso, più di 3000 lettori della tua opera sul sito. Non credi che autopubblicando un ebook riusciresti a guadagnare qualcosa?

R: Principalmente lo scopo non è guadagnare, ma entrare a contatto con i lettori. Se avessi scelto lo strumento dell’ebook mi sarei dovuto immediatamente imporre nel panorama letterario da sconosciuto come qualcuno che pretende. Chi sono io per costringere gli altri a spendere anche solo 5 euro? Come fanno a darmi credito se prima non gli mostro chi sono? La ratio del blog è proprio questa: creare e condividere la mia scrittura con gli amici e con il tempo con tutti coloro che vorranno dedicarmi 5 minuti del proprio tempo. E forse, un giorno, quando la fiducia dei lettori avrà raggiunto un grande attaccamento, arriverà il libro. È un percorso di crescita, come per un bambino.

D: Sul tuo blog c’è scritto che sei “in cerca di editore”. Hai già avuto contatti con editori, hai pensato di procurarteli in qualche modo?

R: Ho scritto un romanzo e l’ho mandato a quasi 30 case editrici, parla di Palermo e dei miei amici, una storia intensa, ma ho ricevuto solo proposte contrattuali a pagamento, purtroppo non ho trovato chi fosse interessato a credere in un neoscrittore, e darmi la possibilità di saltare dal blog alla libreria. 

D: Veniamo ora più da vicino alla tua storia. L’abbiamo letta, come da tua gentile richiesta, e l’abbiamo trovata sicuramente inconclusa, non fosse altro che perché è una storia pubblicata a puntate. Riassumendo per i lettori, la storia è quella di un giovane emigrato al Nord che dopo tanti anni torna a vivere nella sua città natale, Palermo, ma dopo essersi insediato in un antico appartamento insieme al fratello, inizia a fare conoscenza con personaggi inquietanti e a vivere esperienze orrende, raccontate con minuzia di particolari. Abbiamo apprezzato l’accuratezza delle tue descrizioni horror. Le scene che descrivi sono decisamente inquietanti o spaventose. Nell’assieme, tuttavia, la sensazione è che l’autore non sappia ancora che direzione prenderà la vicenda. Il fatto che sia pubblicata a puntate implica che non hai ancora un’idea dello svolgimento intero del romanzo, o è solo una scelta “promozionale”?

R: La scelta delle puntate nasce dalla televisione: Lost, CSI, American Horror Story, Alias, sono tutti telefilm che mi hanno a lungo appassionato ma ogni volta che si arrivava alla fine della puntata mi lasciavano sul divano con la voglia disperata di saltare una settimana e arrivare al prossimo episodio. Credo che la sensazione di incompiuto sia ciò che volevo comunicare, perchè a chi legge arriva l’immagine di un qualcosa che si può sviluppare ma che non è prevedibile. Se invece il lettore alla fine di ogni puntata si aspettasse già il passo successivo, non cliccherebbe di nuovo sul link del blog. Quindi la frammentarietà giusta crea attesa e voglia di proseguire. 

D: I luoghi che tu rappresenti in chiave horror, l’Hotel Patria o la trattoria Stella ad esempio, sono luoghi effettivamente esistenti o esistiti a Palermo. Come mai hai scelto di trasporli in questa chiave narrativa?

R: Il genere di romanzo che funziona meglio è il romanzo storico, perché cala nella storia reale concreta e riscontrabile elementi che sarebbero potuti esistere o che forse non esisteranno mai. L’Hotel Patria c’è ed è davanti ai nostri occhi per chi lo vuole visitare, ma chi sa cosa c’è stato in passato? Così, è come se il racconto immaginario colmasse quella realtà sconosciuta, riempiendola di colore e fascino.

D: Il testo del romanzo che hai pubblicato sul blog è arricchito di numerose fotografie e illustrazioni, tra cui alcune che rappresentano i sopraccitati luoghi palermitani, che abbiamo trovato avere una certa forza evocativa, ci sembra che diano al testo una forza maggiore, forse anche perché è un testo non ancora in grado, a nostro parere, di reggersi sulle sue gambe da solo. Certo è inusuale che un testo di narrativa sia accompagnato da un uso così ricco delle immagini. Che cosa significa invece per te, questa commistione?

R: L’immagine accompagna la lettura. da la giusta cornice al lettore, non voglio ricreare la scena completa nella mente di chi legge ma voglio indurlo sulla giusta via. La lettura è un percorso personale e unico, quando si legge ci si immagina le cose sulla base della propria esperienza, ma l’immagine aiuta la propria fantasia ad accelerare il processo. Così la storia si completa, si arricchisce e si evolve. Tu non sai come finirà, leggi, guardi le immagini, fantastichi su ciò che vedi, ma la precarietà del tutto ti rende vorace del resto che verrà.

D: Da un punto di vista prettamente linguistico, non abbiamo potuto fare a meno di notare che nonostante la discreta ricercatezza linguistica e terminologica del tuo scritto, l’uso dell’italiano è stentato in numerosi passaggi, che contengono refusi o veri e propri errori grammaticali. Sono errori che forse potrebbe permettersi di fare un grande autore che scrive di corsa sapendo che i suoi pezzi saranno poi rivisti da schiere di redattori successivi, ma non un giovane esordiente che vuole convincere lettori e imprenditori del suo valore. Come mai tanti errori grammaticali? Hai pensato all’eventualità di assumere un redattore privatamente, affinché possa pulire il tuo testo da un punto di vista redazionale prima di presentarlo agli editori?

R: Ehm devo ammettere una cosa: raramente rileggo ciò che scrivo, perché quando scrivo mi immergo totalmente, una sorta di catarsi, quindi digito velocemente senza rendermi conto degli errori di battitura o di coniugazioni sbagliate. Nessuno è perfetto, spesso gli amici mi segnalano gli errori e addirittura non ricordo nemmeno di aver scritto determinate cose, finito il momento della produzione è come se non facesse più parte di me al punto da dimenticare ciò che ho scritto.  Mi basterebbe trovare la pazienza di riguardare il tutto per sanare in pochi minuti i refusi. 

D: Che valore credi che abbia in generale, in un’opera, la correttezza della lingua?

R: Fondamentale, per questo cerco sempre di usare un linguaggio che definisco impropriamente: aggettivato.

D: Abbiamo anche notato che esiste già una versione in inglese del tuo testo, pubblicata sul tuo stesso blog: chi è l’autore della traduzione? Come mai la scelta di tradurlo anche in inglese?

R: L’ho tradotta io, e lì di sicuro, ci saranno errori. L’ho tradotta per farla leggere a chi mi vuole visitare da fuori, a qualche italo americano espatriato che vuole ricongiungersi per un attimo con la propria terra.

D: Per finire: dacci un’idea della tua vita di scrittore fra 10 anni. Come sarà?

R: Il Sogno sarebbe diventare come Carofiglio: importante professionista, con una vita lavorativa, familiare, sociale intensa che coniuga al contempo la passione per la scrittura con l’occhio sempre attento alla propria terra d’origine, patria di mille ispirazioni.

Isabella Zani: “Il rischio d’impresa lo paghi l’imprenditore, basta con i freelance che finanziano le perdite delle case editrici”

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Ecco la seconda parte della lettera indirizzata da Isabella Zani, traduttrice letteraria, al mondo editoriale italiano, che pubblichiamo con il permesso dell’autrice. La prima parte si trova qui.

(segue dalla prima parte) No, certo, non è la prima volta che mi succede: anzi, è solo l’ultima di una lunga serie. Gli editori italiani fanno quasi tutti così, procedono per arbitri grossolani e protervi. Contratti blindati, negoziabili solo in minima parte se non mai per nessun motivo, compensi decisamente inadeguati al lavoro – almeno al mio, la traduzione letteraria dall’inglese – nessun anticipo (il solo accenno strappa risate) ma soprattutto termini di pagamento da lunghi a lunghissimi, e che quasi mai vengono rispettati. L’editoria italiana di traduzioni, molto semplicemente, si finanzia con i compensi dei collaboratori free-lance. Si assume il cosiddetto rischio d’impresa in modo, diciamo, bizzarro: se il rischio genera guadagni, l’impresa editoriale non li divide con nessuno fra quanti hanno contribuito a confezionare prodotto di successo; ma se il rischio è causa di perdite, l’impresa editoriale lo scarica sui collaboratori come me. Perché tanto quasi nessuno «fa causa», il recupero crediti è costoso, i tempi giudiziari sono quelli che sono… ma soprattutto perché nessuno vuole passare da piantagrane. Infatti il lavoro di traduzione è tanto, ma gli incarichi di traduzione editoriale pagati sopra il limite della decenza, per committenti seri e affidabili, su libri che valgano la fatica di mesi di lavoro scrupoloso e senza cedimenti, sono pochi. (C’è abbondanza di sfruttamento, fra tutte le imprese che si servono di traduzioni a qualunque titolo, non solo quelle editoriali, ma non c’è abbondanza di lavoro dignitoso e dignitosamente compensato.)

Dico queste cose proprio a lei – ma ripeto, se potessi vorrei dirle al Presidente della vostra casa editrice – per due motivi.  

Il primo riguarda voi: le occasioni di collaborazione avute in passato erano andate sempre bene, e perciò mi fidavo. Prima delle trattative, prima dei contratti, prima di tutto io mi fidavo del vostro nome e della vostra reputazione. Pensavo di avere a che fare con delle persone per bene. Oggi so che non sono l’unica in questa situazione, che altri colleghi come me attendono il dovuto e non hanno risposta, e se qualcuno dovesse chiederci dei vostri comportamenti, della vostra affidabilità, né io né loro potremmo dire che le cose stanno diversamente da come stanno: voi avete dei problemi, e trattenete i nostri soldi. Quelli che ci dovete secondo i patti. E chi infrange i patti, chi non rispetta gli accordi perché può prevalere senza conseguenze, non è una persona per bene. Siete sicuri che tappare le falle nei conti correnti dell’Azienda sia più importante che mantenere la vostra reputazione, anche di committenti rispettosi? Che non ci sia un modo più degno, di tappare queste falle, che incrinare o distruggere la fiducia che un bravo collaboratore ripone in voi? L’editoria è un mondo piccolo, e i vostri concorrenti seminavano già mesi addietro il dubbio che voi non foste «più gli stessi», ma né io né altri ci abbiamo dato peso. E se anche l’avessimo fatto? Non siamo gente che può permettersi troppi distinguo: siamo cottimisti che devono produrre cartelle, meglio che possono nel tempo che hanno.

Il secondo motivo invece riguarda me, che sono stanca. Faccio questo lavoro da dieci anni, credo di farlo bene almeno in termini di scrupolo e di impegno, ho avuto modo di imparare molto, continuo a farlo e tra cinque anni sarò più brava di adesso, che sono più brava di cinque anni fa; vorrei anche costare di più, fra cinque anni, malgrado ora non costi più di cinque anni fa. Ma sono stanca di tenermi tutte queste cose per me. Sono stanca di non far altro che sforzarmi di migliorare, solo per rendermi conto che il mio lavoro non merita nemmeno di venire pagato puntualmente. Ho diritto a ricevere il dovuto quando si è pattuito che lo riceverò: non prima, ma nemmeno dopo, dopo ancora, chissà quando. Il rischio d’impresa lo paghi l’imprenditore: io ho solo firmato un contratto in cui mi impegnavo a fornire una certa prestazione professionale entro una tal data, in cambio di una somma di denaro da corrispondersi alla talaltra data. Non sono socia dell’impresa. Non partecipo degli utili, e mi rifiuto di finanziarne le perdite.

E se invece la vostra posizione è che questo risultato non si può ottenere, se le cose non possono cambiare e semmai peggioreranno, se un editore potrà continuare a decidere in sprezzo degli impegni presi chi verrà pagato e chi no, e quando sì e quando no, allora, per favore, almeno smettiamola con la farsa dei contratti da compilare, spedire, controfirmare, rispedire… mettiamo fine a questo spreco di cellulosa. Perché un contratto che una parte può decidere di non rispettare è carta straccia. E allora, almeno, data l’inevitabilità del danno, risparmiateci almeno le beffe.

Grazie della pazienza, cordialmente 

Isabella Zani

Lettera a un redattore da una traduttrice letteraria: “L’editoria italiana di traduzioni si finanzia con i compensi dei collaboratori free-lance”, di Isabella Zani

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Pubblichiamo, con il permesso dell’autrice, una lettera rivolta da Isabella Zani, traduttrice letteraria dall’inglese, al mondo editoriale italiano. Nella lunga lettera si rivolgono critiche taglienti al sistema di gestione delle collaborazioni freelance da parte dell’editoria italiana. La pubblichiamo in due parti:

“Caro Redattore

la spero bene, e la avverto che non sarò breve.

Scrivo di nuovo a lei perché non ho indirizzi e-mail affidabili per la presidenza della sua Casa Editrice, reale destinataria di questo messaggio; ma in ogni caso perché fu lei a telefonarmi diversi giorni fa, per riferirmi che il pagamento dovuto per la traduzione consegnata il 10 maggio – pagamento che attendevo alla fine di luglio (fidando sul consueto termine di sessanta giorni «fine mese») ma che, trascorsi inutilmente lo stesso mese di luglio e poi il mese di agosto, mi era stato annunciato per la fine di agosto con «valuta ai primi di settembre» – era stato nuovamente rimandato alla fine di settembre (120 giorni fine mese dalla consegna, tanto per tenere i conti). Annuncio che peraltro poggiava solo sulla sua e mia buona fede, perché i documenti ufficiali in questi casi (ordini di bonifico, matrici di assegni, chissà) rimangono sempre misteriosi.

Lei ascoltò quanto avevo da dire in merito a questo comportamento da parte dell’Azienda per cui lei lavora; affermò che mi avrebbe compresa se in futuro non avessi più accettato di lavorare per voi (ma io ho bisogno di più lavoro, non meno); si disse concorde con le mie opinioni ma impotente a cambiare la situazione, e mi salutò esprimendo la speranza di potermi richiamare presto con notizie confortanti, cosa che a distanza di oltre una settimana non è accaduta. Ma in effetti sono abbastanza certa che lei per primo non credesse al suo auspicio, come non vi credetti io: perché siamo adulti e professionisti che, sebbene con mansioni diverse, dipendono da un editore di libri per il proprio sostentamento, e sappiamo ormai anche troppo bene che l’editoria libraria è un’industria governata dall’arbitrio, quando non dal vero e proprio capriccio.

Come definire altrimenti che arbitraria la decisione improvvisa – e che non mi sarebbe stata comunicata a meno di numerosi e umilianti solleciti – da parte della vostra presidenza di sospendere i pagamenti ai collaboratori, malgrado i contratti firmati, malgrado l’esecuzione e la consegna puntuale del lavoro, malgrado i patti? Le ragioni, ovviamente, non sono difficili da immaginare. I libri sono oggetti amatissimi che però non rendono molto; forse già da quando esistono, ma in questi ultimi tempi di sconquassi finanziari ed economici meno che mai, ed evidentemente il primo semestre di quest’anno per l’editoria nazionale è stato davvero il «bagno di sangue» che si sente menzionare qua e là. Quindi le casse sono vuote, i conti non tornano, e allora che cosa si fa? Si aspetta a pagare i traduttori (e magari i revisori esterni, i grafici, chissà quanti altri collaboratori dotati di potere contrattuale e strumenti di rivalsa scarsi o nulli). E quanto si aspetta? Un mese, due, tre, in realtà nessuno può dirlo perché la decisione è in mano a un gruppo ristretto o perfino a una sola persona, che può rimandare il saldo del dovuto a proprio piacimento senza nemmeno sentirsi in dovere di avvisare se non è il creditore a chiedere notizie, chiedere notizie, chiedere notizie, a scapito del propro tempo e della propria serenità. Pagheremo quando potremo.

Ogni tanto mi diverto a immaginare che cosa succederebbe se, a contratto firmato e magari diverse settimane dopo l’assegnazione del lavoro, a una richiesta di informazioni sulla consegna di una traduzione rispondessi «Cosa vuole che le dica, consegnerò quando potrò. Ora non è possibile». Potrei strappare un sorriso incredulo oppure ottenere una reazione sdegnata, vedermi agitare davanti agli occhi lo spettro della rescissione del contratto e negare il compenso pattuito. Insomma è probabile che mi ritroverei senza i soldi. Vale a dire, il medesimo risultato che ottengo adesso lavorando con diligenza e rispettando gli impegni: infatti sono passati quattro mesi da che ho fatto la mia parte, e mi ritrovo senza i soldi, e non so quando li avrò.

(qui la seconda parte)

Sarah Sajetti, direttrice della collana eBook di libri lesbici QL2, di Robin Edizioni: “Le donne lesbiche desiderano storie e personaggi in cui potersi rispecchiare, con gli eBook potranno leggerle senza preoccuparsi delle discriminazioni”

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Nelle scorse settimane la casa editrice indipendente romana Robin Edizioni ha comunicato la nascita della nuova collana “di editoria lesbica” QL2, che sarà diretta da Sarah Sajetti, giornalista e autrice per la stessa Robin Edizioni del giallo “Volevo solo un biglietto del tram“. Bibliocartina ha intervistato la direttrice della neonata collana per capire i perché di questa scelta.

“L’idea è stata mia”, spiega Sajetti. “Da lettrice, prima ancora che come autrice, sentivo il bisogno di una letteratura nella quale potermi identificare più da vicino, nella quale poter ritrovare anche tematiche riguardanti la sessualità femminile e in particolare l’amore e l’erotismo tra donne. In più, con questa nuova collana ci proponiamo di offrire alle scrittrici che trattano storie in cui sono protagoniste donne lesbiche, quella porta che ci si augurerebbe di trovare aperta presso qualunque casa editrice, e invece quasi sempre è sbarrata ai racconti di donne omosessuali. Sto parlando dell’Italia, in questo caso, dove sono pochissime le case editrici e le librerie che si occupano di questo target letterario: posso ricordare Il dito e la luna di Milano, o la libreria Igor di Bologna e pochissime altre. L’omosessualità in generale è poco presente nei libri, una nicchia vera e propria. Quando poi si parla di amore fra donne”, aggiunge Sajetti, “la nicchia si restringe ulteriormente”.

Perché la scelta del libro digitale? “Da una parte, per il successo crescente che questa modalità editoriale sta avendo e avrà in futuro, visti i suoi costi ridotti rispetto al libro cartaceo, che per una casa editrice piccola e indipendente come Robin Edizioni possono fare molto la differenza. Dall’altra, perché l’omosessualità in Italia è ancora pesantemente stigmatizzata”, risponde l’autrice. “Le donne, specie nei piccoli centri, fanno enorme fatica ad andare in libreria e chiedere un libro a carattere lesbico. L’eBook, pur essendo facile pubblicizzarlo su internet e quindi trovarlo tramite una ricerca in rete, permette un acquisto anonimo via internet, e una lettura anonima tramite eReader. Questo per molte donne è un motivo di serenità maggiore, e mi sembrava giusto poterlo avvalorare.”

La collana QL2, “che si legge Quelle 2”, come specifica la direttrice, “non è una collana di libri dove l’amore o in generale l’incontro lesbico la fanno necessariamente da padroni. Potranno essere libri gialli, come per esempio è il mio “Volevo solo un biglietto del tram”, o di fantascienza, o noir, o di viaggio o di qualunque altro genere in cui però poter ritrovare, per una volta, non sempre il bello che si innamora della bella o viceversa, ma magari donne che si incontrano, magari si piacciono, magari si amano, comunque vivono le loro storie, che finiscano bene o che finiscano male, esattamente come avviene nella vita. Donne comunque, nelle quali ci si possa identificare in quanto lesbiche, perché quello di cui abbiamo bisogno è un punto di vista sulla realtà nel quale immedesimarci, nel quale poterci rispecchiare perché sentiamo che somiglia al nostro. Essere lesbica cambia la tua percezione del mondo nell’assieme, non soltanto in merito alla sessualità. Stiamo parlando di una diversità, di una differenza che investe l’intero modo di vivere la vita, per ragioni proprie e anche per come viene accolta da chi la vive dall’esterno. Ed è una differenza che, a mio parere, non chiede di essere ‘integrata’ nel sistema di valori attuale, perché il prezzo da pagare per l’integrazione è l’annullamento della propria identità specifica. Chiede invece di essere inclusa, mantenendo tutte le proprie specificità”.

Includere dunque, parlando di letteratura, la letteratura lesbica nel novero della letteratura in quanto tale, ma anche distinguerla per la sua specificità, “rendendo così la strada anche un po’ più facile a quelle autrici che scrivono di questa visione del mondo, e che in Italia si vedono costantemente rifiutare dai grandi editori”, ripete di nuovo Sajetti. “In altri paesi gli autori omosessuali, uomini e donne, sono molto più numerosi. In Italia sono per lo più sconosciuti, tra le più conosciute ci sono Sandra Scoppettone, pubblicata da E/O, o Sarah Waters, pubblicata da TEA, mentre tra le scrittrici italiane ricordo Margherita Giacobino. I titoli si contano comunque sulle dita di una mano, il mercato e il pubblico dei lettori di questo tipo di libri non escono facilmente allo scoperto, per auto-tutelarsi prima di tutto. Questo porta di conseguenza le case editrici a investire molto poco in questo tipo di letteratura, tanto meno se ai costi della produzione vanno aggiunti quelli della traduzione”. Numeri attualmente, dunque, molto piccoli “per un’esigenza che invece è importante, non soltanto perché è molto sentita da tante persone, ma anche perché è molto intima, riguarda la possibilità di rispecchiarsi un po’ più intimamente in ciò che si legge e nella vita dei personaggi di cui si parla in un libro”.

Non c’è il pericolo, tuttavia – chiediamo – che questa etichetta di “editoria lesbica” possa approfondire le distanze ed escludere a priori, per esempio, una donna che non è lesbica, e che però magari potrebbe apprezzare in ogni caso di un libro in cui protagoniste sono lesbiche? Non si dovrebbe piuttosto provare a far sì che nella letteratura in generale crescesse il numero di autori e autrici, quale che sia il proprio orientamento sessuale, che scelgono degli omosessuali come protagonisti? “L’auto-referenzialità di queste storie è una scelta esplicita, così come è una scelta rivendicare uno spazio comune, letterario in questo caso, in cui le donne lesbiche possano narrare e leggere storie che le rispecchiano”, risponde Sajetti. “In qualche modo è ciò che faceva anche Richard Wright, scrivendo storie di neri per i neri, il cui punto di vista era netto e schierato. Ciò non toglie che molte donne o uomini, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, possano leggere e apprezzare queste storie, anche se onestamente temo che non sarà così. Quello che invece mi interessa, e che mi auguro, è che tante donne possano trovare, in questo tipo di romanzi, strumenti e spunti per poter strutturare e rafforzare maggiormente la propria identità e diversità, per sentirsi più forti e più sicure di sé nel momento di confrontarsi con un mondo che ancora oggi, sebbene sia cambiato rispetto a 30 anni fa, non è certo accogliente verso le e gli omosessuali.” Lo strumento dell’ebook, in ogni caso, per la riservatezza che consente spiegata in precedenza, “potrebbe forse avvicinare anche tanti lettori eterosessuali che magari a loro volta non chiederebbero mai certi libri in una libreria; in più, il prezzo dei titoli sarà comunque modico e questo può essere un fattore invitante.”

La collana QL2 è al momento in cerca di autrici, “per il momento stiamo lavorando su due romanzi, ci proponiamo di inaugurare la collana sul mercato quando avremo almeno 4 o 5 titoli validi da pubblicare nell’arco di un anno”, spiega Sarah Sajetti. “C’è comunque timidezza”, aggiunge, “nell’inviare questo tipo di opere, specie da parte delle donne, e questo si lega molto al discorso di cui sopra: non è facile, per chi vuole scrivere di personaggi omosessuali, donne in particolare, trovare interesse tra gli editori. Per questo la nostra collana è un invito esplicito a farsi avanti, a provarsi, a sentirsi sicure. Le opere saranno comunque giudicate per il loro valore.”

E non è possibile che invece sia un uomo, a scrivere una splendida storia di lesbiche? “Dev’essere molto, ma davvero molto bravo. Perché l’immaginario erotico degli uomini sulle donne, tanto più se lesbiche è, solitamente un concentrato di banalità e fastidiosissimi luoghi comuni. Per quanto mi riguarda apprezzo molto il modo in cui lo scrittore danese Peter Høeg, autore de “Il senso di Smilla per la neve” (pubblicato da Mondadori nel 1994 nella traduzione di Bruno Berni) tratteggia il femminile. Ma lo trovo un caso molto raro”.

Per scrivere e inviare i propri romanzi alla casa editrice, l’indirizzo email è: ql2@robinedizioni.it

 

Brasile: accordo tra Kobo e Livraria Cultura per la vendita di eReader e di eBook

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L’azienda nippocanadese produttrice di eReader e eBook Kobo e la catena libraria brasiliana Livraria Cultura hanno da poco firmato un accordo per incrementare la diffusione degli eBook in Brasile. Entro la fine di ottobre il lettore ebook di Kobo Touch sarà in vendita nei 14 negozi Livraria Cultura in brasile, e sarà possibile acquistare eBook tramite il sito web di Livraria Cultura o direttamente nelle librerie. Attraverso questo accordo Kobo procede dunque la sua strategia di affermazione nel mercato mondiale delle librerie indipendenti, in scia con la collaborazione da poco annunciata negli Stati Uniti con l’American Booksellers Association.

Il dispositivo eReader, hanno comunicato i vertici aziendali con un comunicato stampa, sarà venduto in Brasile con il logo di Livraria Cultura, e la partnership permetterà la pubblicazione di circa 3 milioni di eBook in Brasile, di cui circa 15mila in lingua portoghese. Il Brasile è, al momento attuale, uno dei mercati verso i quali più si indirizzano le speranze di crescita del mercato dei libri digitali. Dall’inizio del 2012 il numero di titoli pubblicati in digitale è cresciuto di circa il 50%, ma l’incidenza della diffusione di eReader nella popolazione è quasi nulla al momento attuale.